La stagione delle fragole

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Nella stanza la luce blu dell’abat-jour illumina i fogli abbarcati sulla scrivania e ne riflette l’ombra sulla parete. Tu ti sei vestita in fretta, stai per uscire. Ti muovi frettolosa nello spazio minimale eppure giusto per te. Rovisti nel cassetto: cerchi il paio di orecchini che ti ha regalato François, il tuo amico di penna, e qualche spicciolo. Fuori piove. L’estate diuturna saluta il mese di settembre con una scarica d’acqua. Hai appuntamento con Andrea e Marco, che sono in ritardo, per fortuna. Hai la calma per raggruppare il portafogli, le chiavi, il rossetto e la borsa a tracolla. Marco ti ha detto di tenerti pronta per le ventuno. Un messaggio laconico, senza giri di parole. D’altronde lui è uno essenziale. E soprattutto fa quel che vuole. Come quella volta, due anni fa,  che aveva bisogno d’aiuto per studiare e, anziché in biblioteca, ti ha portato in giro con la vespa.

Alle ventuno e dieci trilla il cellulare. Andrea e Marco sono giù.

Ti infili la giacca di cotone, e via.

«Dobbiamo ancora aspettare?» fa Andrea.

Sorridi. Sai bene che ti sta sfottendo. Sali in macchina e saluti Marco al volante. Immagini che sparisca. Nel pensiero non c’è niente contro di lui, soltanto la voglia di restare con Andrea. Ti pare abbiate qualcosa in sospeso.

Andrea esce anche con le altre ragazze. Non perde le occasioni, se gli si presentano. Tanto, tu sei stata avvisata. Ti ha detto che non voleva impegnarsi appena vi siete baciati su una panchina, il pomeriggio che montaste in vespa. Al tempo, seguivi il corso di Filosofia. Andrea ti si sedette accanto per quattro giorni, finché ti rivolse la parola. I soliti come ti chiami, di dove sei, quando pensi di sostenere l’esame. Scherzaste del fatto che abitavate nello stesso paese e non vi  eravate mai visti, nemmeno in piazza. Alla fine della lezione, il quarto giorno, Andrea ti propose di incontrarvi per studiare quella fuffa altrimenti indigeribile. Non studiaste e finiste in villa comunale a chiacchierare dell’esame, del nulla che precede il primo bacio tra due persone. Andrea confessò senza orgoglio che pensava di baciarti dal ventesimo minuto vicino a te, in aula. Disse che sapevi di pesche e di cose buone. Tu ascoltavi e ti facevi baciare. Non dicevi niente. Il giorno seguente Andrea ti raccomandò di non illuderti su voi due: lui era un tipo instabile. E te lo ribadì sei mesi dopo, quando lo pizzicasti con Patrizia al cinema d’estate. Proiettavano “Titanic” e l’avevi pure invitato. Lui si era congedato dicendo che aveva da fare. Bugia. Il daffare si chiamava Patrizia, poi fu la volta di Simona e infine di Sabrina. Ma le altre passavano, mentre tu restavi. Era da te che correva tutte le volte che aveva un problema o solo bisogno di chiacchierare. Ad un incontro su due vi baciavate. Finivate litigando perché tu lo volevi per te e lui glissava. Vuoi bene ad Andrea. Certe volte pensi persino di esserne innamorata. Ti piace parlare con lui, toccarlo, sentirlo tuo anche se solo per qualche ora. Muori di gelosia se lo vedi in giro con una, ma fai finta di niente. Stringi i denti, scenate non puoi fargliene, a che titolo, poi? Lui ti direbbe che sì, è proprio uno stronzo e tu te ne torneresti a casa sconfitta, a fissare il cellulare con la speranza di un messaggio riappacificatore. Anche Lidia ti ripete di lasciarlo perdere. «Non è altro che un bamboccio» sostiene. Ma allora perché non riesci a dirgli di no?

Marco guida e Andrea si gira verso di te, seduta dietro. Ti racconta che il direttore del supermercato dove lavora il pomeriggio per guadagnare dei soldi, ha minacciato di licenziarlo.

«Ci ha tenuto a farmi sapere che se non smetto di ritardare mi spedisce a casa».

Gli accarezzi i capelli arruffati. Lui annuisce sornione. Chissà a che pensa.

«Dove vado?» chiede Marco.

«Dove vuoi» dici.

Andrea non risponde. Marco accende una sigaretta. La tiene con la mano sinistra fuori dal finestrino.  Se la porta alle labbra ad intervalli di cinque minuti. Guida e lascia dissolvere il fumo.

La radio suona “Amor mio” di Mina. Neanche a farlo apposta.

Andrea è un appassionato di Mina, di questa canzone. E canta, anche se Marco storce la faccia e lo prega di cambiare.

«Pigia quel pulsante. È una sbobba, amico».

La stessa canzone l’avete ascoltata, tu e Andrea, una settimana fa, l’ultima volta che vi siete incontrati da soli. Andrea aveva litigato con la madre. Lei gli aveva fatto notare spazientita che se continuava a tirar tardi tutte le sere, non si sarebbe più laureato. Lui la sistemò con un «non immischiarti». Sentenziò che erano fatti suoi, che lavorava anche, e lo faceva per portare a casa i soldi che suo padre non gli passava, preso com’era dalla nuova famiglia in Norvegia. La signora si mise a strillare e le uscì una lacrima. Andrea si sentì sconsiderato e reagì come al solito: le spalle in su, il magone e una corsa verso la porta che sbatte. Agguantò le chiavi della Fiat Punto nera parcheggiata in strada e guidò fino al tuo portone.

«Scendi, è urgente».

Un messaggio sul tuo cellulare, alle ventidue.

Eri in pigiama. Scostasti appena le tende dalla finestra nella tua camera. Vedesti l’auto di Andrea, e vedesti lui, con il gomito fuori dal finestrino. Si era acceso una sigaretta. Ti aspettava. Ti infilasti i jeans e una felpa.

«Scendo un secondo» strillasti già sulla porta ai tuoi, mezzi assopiti sul divano.

«Ma dove va…».

Tua madre non ebbe modo di completare la domanda. Eri già per le scale, quindi in strada.

«Buonasera, ragazzo».

Lo salutasti sorpresa e contenta. Non gli chiedesti nemmeno perché aveva guidato fin là a quell’ora, senza preavviso. Andrea mise in moto e guidò fino al porto. Neanche dieci minuti per arrivarci. Accendesti la radio e partì la canzone. Volevi cambiare, cercare altro, ma Andrea ti fermò la mano. Si mise a ridere e ti confessò che a lui Mina piaceva. Ci era cresciuto con le sue canzoni. Gliele faceva ascoltare il padre e le cantavano insieme. Lasciasti andare la traccia: sarebbe stata la vostra canzone. La canzone della vostra non storia d’amore. Andrea stringeva i pugni sulle ginocchia ossute e teneva la testa bassa. Era in preda al nervosismo, tratteneva singulti. Lo guardavi in quella versione inconsueta. Avevi capito che lui non aveva voglia di raccontare. Gli accarezzasti i capelli. Eri felice di sottrarlo alle braccia di chissà chi. E gli prendesti la mano per sintonizzarti con i suoi pensieri. La luna vi rischiarava, e più in là, davanti a voi, verso il mare aperto, il barbaglio del faro.

«Me lo dici come fai a starmi dietro, eh?».

Gli occhi neri, liquidi, dentro ai tuoi. Sei bello pensasti, ma non glielo dicesti.

Non avevi più sentito Andrea, fino al messaggio di oggi pomeriggio.

«Stasera ci vediamo. Vengo con Marco alle ventuno».

E così è stato.

Adesso la voce di Mina rimpiazza le chiacchiere mancanti. Nessuno parla.

Finché Andrea chiede a Marco di accostare. Vuole guidare.

«All’improvviso?» replica Marco.

«Sì. E allora?».

Marco scrolla le spalle, come a dire amico, chi ti capisce. Accosta dopo qualche metro. Andrea apre la sua portiera. Tu e Marco lo scrutate.

«Oh, mi raccomando» sbuffa Marco al posto del passeggero.

Andrea riaccende l’auto. Accelera e dopo cinque minuti l’auto procede a novanta chilometri orari. Marco si mette subito a trafficare con lo stereo e sceglie una compilation disco. A te garba la disco. Andrea, invece, ha da ridire che è musica spazzatura. Marco neanche lo sente. Segue lo zum zum con la testa.

Andrea imbocca la superstrada per il mare. Intanto ha smesso pure di piovere. Fa caldo e passeranno mesi prima di un effettivo cambio di stagione. Dai finestrini abbassati il vento vi spettina i capelli. Sferza sulla tua faccia, tanto che non riesci a tenere gli occhi aperti. Ti ripari dietro il sediolino del guidatore e ti ci aggrappi.

Marco accende un’altra sigaretta. Ti dileggia e dice che non dovresti star lì con loro, con i maschi.

«Le ragazze a quest’ora stanno a casa a guardare le fiction americane» ti punzecchia.

Ignora il rapporto che ti lega ad Andrea, però lo sospetta.

Con un mezzo sorriso gli fai presente che è stato Andrea ad invitarti.

Andrea sogghigna, non ti difende.

Pensa a guidare, Ci siete, ecco il mare. Andrea parcheggia la Fiat sul ciglio della strada, oltre il quale si estende l’arenile. Apri lo sportello e corri verso il bagnasciuga. Andrea e Marco rimangono indietro. Si muovono con calma: chiudono la macchina, tirano fuori uno zaino dal cofano, contano le sigarette residue, ogni tanto ti guardano di sguincio. Mettono piede sulla sabbia. Si siedono più indietro della linea umida che separa l’acqua dalla terra ferma. Tu ti levi le scarpe di tela. L’acqua è calda e accarezza i piedi affondati nella poltiglia di rena e pietruzze. Ti giri verso gli altri. Marco ha stappato una birra. Ce l’aveva nello zaino, a disposizione per la prima occasione buona. La sorseggia e la passa ad Andrea. Sulla sponda l’umidità ti procura qualche brivido. Chiedi ad Andrea se può prenderti la giacca che hai lasciato in macchina. Per provocarti ti dice no, ma è già in piedi. Dopo quindici secondi te la porge. Non ti scosti dalla riva, impegnata a rimirare quell’immensità, mentre Andrea e Marco parlottano e accendono l’ennesima Marlboro. Li senti chiacchierare di calcio e di musica. Dei suoi filarini Andrea non dice, men che meno in tua presenza. Rifletti che, in fin dei conti, con Marco non hai nessun tipo di rapporto e Andrea pensi di amarlo. Il pensiero si disperde perché squilla il cellulare di Marco che si allontana. Andrea lo segue con lo sguardo, fino a quando lo perde. Allora si scrolla la sabbia dai jeans e ti si avvicina. Arriva e ti spinge per terra con forza.

«Aoh, ma stai male?» strilli.

Non fiata. Lo guardi e lui fa uguale. Sempre zitto. Lo sguardo è ancora per te, frattanto che ti alzi e ti pulisci dai granelli, dalla polvere e dai sassolini. Ti fa male il ginocchio.

Non fai in tempo a rimetterti in piedi, che Andrea ha uno slancio e ti abbraccia. Non te lo aspettavi. Ti viene in mente il quadro di Gottuso con quei due ragazzi che si  stringono sul ciglio di un dolore endogeno. Non ricambi la stretta, e ci stai dentro, con le braccia penzoloni e gli occhi sbarrati. Andrea, invece, ti accarezza la testa con una mano e con l’altra ti cinge. Ti morde. Respira profondo. Ascolti il tamburo che ha nel petto. Finalmente parla, e ti dice che non vi dovete vedere più, che questa è l’ultima volta, che non ti merita. Cambi umore in un flash, ti arrabbi, lo spingi via e gli sussurri «sei assurdo». Vorresti urlare di andarsene a quel paese, fargli del male, riempirlo di pugni e di calci. Non lo fai, sta tornando Marco e non ti va di dare spettacolo. Ti scosti, abbassi la testa e ti giri verso Marco, che storna lo sguardo da te ad Andrea, e viceversa. Crede di aver interrotto qualcosa, sebbene non chieda. Rompe il silenzio cambiando argomento.

«Ce ne andiamo?».

Tu non gli dai retta, vai a raccogliere le scarpe insabbiate qualche metro più in là. Andrea annuisce e si avvia con Marco verso l’auto. Rimarresti sulla spiaggia fino a domani pur di non tornare con loro, con quello. Ti sei ridotta a elemosinare amore e lui ti porge gli avanzi, i comportamenti del momento, sregolati e sconvenienti per le altre. Guida Marco. Nessuno apre bocca.

Scendi dalla macchina dopo venti minuti, biascichi un «ciao», e scappi sotto il portone.

Sali le scale. Giri tre volte la chiave nella toppa. Appena sulla soglia, strofini i piedi sul tappeto per liberare le suole dalla sporcizia della serata. Ti pare di essere più leggera, anche se sai che basta un poco di vento ad increspare i pensieri. Ti accorgi che la sabbia ce l’hai nei capelli, nelle orecchie e sulla punta delle ciglia. Esiti nell’estensione delle tue percezioni, tutte sbagliate, tutte negative, adesso. Senza far rumore, sgusci nella tua camera. Ti svesti e ti metti a letto. Stai male, è vero. Eppure ti consoli: gli incontri sbagliati fanno girare il mondo e per qualcuno, col tempo, sono stati una gran fortuna.

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