Le cose che si fanno per amore

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Andrea mi ferma per strada. Non parliamo da dieci anni e non ci vediamo da due o giù di lì. Se facessi riferimento al tempo trascorso, mi direbbe che non era destino incontrarsi, ma non faccio commenti. Meglio non provocare, non rimestare parole e gesti antichi. Mi dice che sua madre parla da sola, inveisce contro il marito che l’ha abbandonata con la scusa di lavorare in giro per l’Europa. È diretto Andrea, quasi voglia togliersi un peso. Ma io lo sapevo già. Mia madre, un giorno, mentre pelava le patate mi ha raccontato che la signora è depressa. Per qualcuno è diventata pazza. L’hanno vista al supermercato con una tuta addosso. Spingeva il carrello e ci infilava dentro cibo in scatola. Quasi non pareva lei che agli abiti e alla messa in piega ci ha sempre badato. Parola dei giudici che si annidano in ogni dove: fuori ai portoni, dentro e fuori le finestre. Osservano, annotano e parlano, incrociando fatti, decretando destini, compromettendo qualche esistenza.

Andrea parla senza posa. Alla madre hanno prescritto dei farmaci: tengono a bada l’umore, tappano i buchi neri, ma frenano i riflessi. Gira per casa, entra ed esce dalle stanze, apre e chiude le porte. Chiama il figlio, chiama il marito, fa come fossero presenti. Fa come se Andrea fosse un bambino: lo cerca, vuole vestirlo e accompagnarlo a scuola. Poi realizza che è una finzione, un’illusione troppo verosimile per lei. È l’imbroglio dei ricordi, il gioco della mente che conosce solo il passato.

Sembra ieri che era una ragazza innamorata. Perché suo marito l’ha amato, eccome. Ma lui si è svegliato una mattina, si è vestito, ha preso la borsa, ha bevuto il caffè e ha detto «non torno». Andrea l’ha guardato truce. Aveva inteso. La moglie, invece, gli ha chiesto che intendeva esattamente. Lui ha risposto che se ne andava da casa, che aveva organizzato tutto. Lo mandavano in Finlandia a seguire un appalto importante e sarebbe rimasto al nord dell’Europa finché ce ne sarebbe stato bisogno. Però, non avrebbe prenotato l’aereo per rientrare nel fine settimana e non avrebbe scritto, tanto più che detestava scrivere. Autorizzava la moglie a non aspettarlo, a non pensarlo, a non angustiarsi di notte per lui. Lei non comprendeva. La sua vita era la famiglia, l’aveva voluta e organizzata. Tollerava la fatica. L’aveva imparato da giovane, fin da quando era rimasta incinta: per amore dei tuoi cari puoi serbare qualche desiderio. Puoi zittire la voce che ti chiama nel sonno e mantenere il segreto. Quando non era certa di riuscire a farlo, si confidava con la madre. Quella le diceva che se una donna mette al mondo un figlio ed ha un marito è come un guerriero: vende l’esistenza a un ideale, a una causa sbagliata o giusta che sia. Lei si convinceva, se ne tornava a casa più risoluta. E non faceva niente se in fondo aveva più voglia di viaggiare che di fare la moglie. Teneva fede al suo impegno, a quell’amore che l’aveva sopraffatta da studentessa e persuasa a maritarsi.

Onorava i suoi doveri, la signora. Da anni. Svegliare il marito, svegliare il figlio, preparare la colazione, rassettare, cucinare per il pranzo e prendersi cura di sé. Il marito la criticava se il trucco era sbavato, se la tinta della gonna era cupa, se i capelli erano in disordine, se era stanca o demotivata. Così, quando lui sul fare del giorno l’ha mollata, lei era convinta che fosse per colpa sua. La lasciava perché si era dimenticata di essere impeccabile, perché aveva commesso qualche errore.

Andrea gliel’ha detto che non è colpa sua. Semplicemente le cose accadono e ci travolgono. Ma lei non è convinta. Non rammenta più quel che succedeva quando Andrea è nato. Suo marito navigava già senza rotta. Telefonava e raccomandava di non aspettarlo, come succede nei film americani. Si intuisce all’istante che è un fatto di corna.

Andrea era appena un bambino. Se si concentra, focalizza i pianti, i piatti rotti, le stanza vuote, le canzoni di Mina che riempivano gli spazi. Sua madre che si ridestava dal pianto e blaterava che non importava. Non importava il dolore, non importava la delusione, lo schifo che trapelava dalla falsa inconsapevolezza. Sosteneva che sono belle le cose che facciamo per amore, anche se poi l’amore è un cazzotto dritto in faccia.

Capita che Andrea dia dello stronzo egoista a suo padre. Sua madre lo blocca, gli intima di tacere e gli chiede di non preoccuparsi. Lui non l’ascolta. È preoccupato. Va e viene da Milano, dove si è trasferito con la compagna. Sua madre lo sa che viaggia su e giù per l’Italia, che corre da lei appena può. E lei quando lo rivede, lo stringe e gli sussurra grazie, ché sono tanto belle le cose che si fanno per amore.

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