Leggere in treno: vizio da pendolare

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Leggo sempre in treno. Approfitto delle mie giornate da pendolare, dei miei viavai per tuffarmi in una storia. Il libro lo tiro fuori più che altro di pomeriggio, appena metto piede fuori dall’ufficio. Marcio a passo svelto verso la stazione e una volta là attendo la corsa che mi riporterà a casa, sempre che una voce dall’altoparlante non annunci soppressioni. In quel caso bestemmio, così almeno mi sfogo.

Poi mi rassegno all’attesa, mi faccio largo sulla panca di marmo e inizio a leggere. Mi tuffo nelle pagine in cerca di una purificazione, o forse di un viaggio. La mia speranza è sempre di scomparire in una storia e di uscirne se non devastata, quanto meno cambiata. Desidero fare le facce nel bel mezzo della lettura, sollevare gli occhi con le pupille dilatate e avere la possibilità di dire agli amici «Non sapete cosa vi state perdendo». Cerco storie belle, universali e ben scritte, io.

Ho perso il conto dei volumi sfogliati su e giù per la provincia di Napoli. Il libro è il mio diversivo, ed edulcora la certezza che senza un’evasione le giornate possono stingere d’un tratto.

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