Les mots à la bouche

Vintage_Love_by_SorrowfulSolitude
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Due punti rossi
Di due sigarette accese,
Il tic-tac dell’orologio,
Due cuori,
Due solitudini.

(Forough Farrokhzad)

Che ci facciamo distanti nell’anticamera della notte incipiente?

Fuori quasi tutto tace. Ogni tanto passa un auto, o s’ode il rombo di un motorino. È finita un’altra giornata, è finita un’altra stagione. Il cielo smunto di quest’Ottobre è la coda sfilacciata di giorni ridenti, di giorni pieni di eventualità. Siamo di nuovo nell’ordinario, in mezzo a strade dismesse, a un passo da possibili voragini. Ci muoviamo come frecce scoccate dallo stesso arco e viaggiamo veloci verso gesti che scanseremmo volentieri.

Mi attraversi i pensieri.

Ti vedo: le mani sul volante, la testa svettante sul collo teso, il profilo dolce, gli occhi vaganti in cerca di un barbaglio. L’immagine ha vita breve. Nasce e muore nella testa, e si riflette negli occhi diafani. È invadente il sospetto che siamo diventati uomini e donne grigi a furia di sopportare il grigio. L’ho pure detto a qualcuno che non sei tu, ma non ha capito cosa intendessi nello specifico. La soluzione a questo retrogusto amaro che si incaglia sulla punta della lingua se inalo l’aria viene da un’altra direzione, opposta alle sfumature cineree. La soluzione viene dalla fantasia. Viene dalla poesia.

Mi cullo con le storie, con le parole pesate e intinte nello zucchero, o nel fango, magari nel sangue. Qualcuna sa di mare, di altri porti, di lidi lontani. C’è una malia salvifica nelle parole. Specie in certe poesie di Neruda, di Salinas, di Machado, di Gatto. Una spiritualità commista a passioni, a tremori, alla paura, a soluzioni ritmiche.

Se t’avessi vicino – in questo lembo di tempo a colpo d’occhio sempre uguale – ti chiederei di leggermi quei versi, di farmi toccare l’insofferenza altrui per quindi capire la mia. Quell’insofferenza che ha fatto grandi certi uomini e che servendosi della loro penna li ha resi immortali. Dietro questo pianeta intangibile, fatto di chiacchiere e questo personale sentire, è tutto sbagliato. Ansima una realtà che disconosco.

Invoco te che la bella stagione la trattieni ancora negli occhi.

Mi senti?

Mi racconti che non è tutto in questo disastro?

Lo so, non c’è arte né parte in questa pretesa, ma non per questo è ingiusta.

È strampalata, come lo è l’amore.

Come la malinconia che mi si infittisce dentro.

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