Liza: la recensione

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Scrivere è anche desiderio, ma di che precisamente? Di comunicare, di essere, o solo di apparire? E
poi è gelosia, voyeurismo, sdoppiamento. Di questo e di altri garbugli esistenziali, enfatizzati per
un’urgenza espressiva, parla “Liza”, il racconto lungo (Epika editore) di Margi De Filpo, caporedattrice del blog letterario Unonove e scrittrice da un pezzo. La narrazione procede per fasi: dapprima il lettore ha la sensazione
di raccogliere le frustrazioni di un’aspirante scrittrice ossessionata da Liza, l’antagonista autrice di successo che non tace le turbolenze della sua vita privata, anzi. Di fronte alla sua popolarità, la protagonista, voce narrante,
soffre, anche se non riesce a staccare gli occhi dai romanzi- ne ha piena una casa- che quella pubblica. In preda ad una fisima, scivola sulle parole fluide e patetiche di Liza: le vorrebbe afferrare, emulare, farle sue, averle generate. La mortificazione monta, fino a convincere l’aspirante romanziera che l’uomo di Liza è il giornalista fedifrago a cui ha tentato di far leggere il suo manoscritto. Iniziano così i controlli, le ricostruzioni e l’escalation
emotiva corre verso un epilogo sospettabile ma non scontato. Margi De Filpo evoca così, tra ironia e lirismo, senza smettere di guardarsi allo specchio, le paturnie più comuni degli aspiranti scrittori. Il testo non fa una piega, e la scrittura è chiara, pesata parola per parola. Le frasi sono binari che il lettore percorre in corsa. L’autrice srotola ben bene la vicenda, la dissemina di indizi e la gonfia di situazioni paradossali come a rimarcare che sta raccontando un capriccio che è pura passione: scrittura, mondo di dentro, di visioni alterate ma libere.

Questa recensione è apparsa sull’inserto culturale del Corriere Nazionale

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