Luca De Filippo: ciao e grazie assai

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Se cresci tra Napoli e provincia è probabile che certi artisti diventino parte del tuo immaginario, del tuo bagaglio culturale. Ad esempio, in casa dei miei, ci sono tre must, che se onorati, ti renderanno simpatico e ben voluto:

  • Aver visto almeno una volta Ricomincio da tre di Massimo Troisi
  • Saper intonare almeno un paio di pezzi di Pino Daniele
  • Citare a menadito le battute di Natale in casa Cupiello.

Ovviamente ho esasperato la situazione, ma capirete da soli quanto c’è di vero nelle mie parole. Mi spiego. Immaginate la sera della vigilia di Natale. Immaginate quattro persone, a volte tre. Immaginate la cena, e poi gli spazi di tempo da riempire fino alla mezzanotte. Ebbene, a casa mia quegli spazi si riempivano guardando Natale in casa Cupiello. L’abbiamo visto e rivisto, tanto che mia sorella, cinque, sei anni, al massimo, non faceva che ripetere “Lucariè te piace o presepe?” oppure “Si, Lucarie’, fa freddo il freddo non l’ho creato io, ma il Padreterno perciò ti devi rassegnare, fa freddo!”.

La premessa era per dire che la notizia della morte di Luca De Filippo, figlio del sommo Eduardo, con quest’ultimo sulle scene da quando aveva appena sette anni, ha intirizzito i cuori di molti e anche il mio. Così la storia di ripete: è normale rattristarsi per la morte di qualcuno che non ti è parente, non ti è amico, ma ha vivacizzato la tua infanzia, fino ad imprimersi nella mente, nei ricordi? I ricordi migliori, quelli che, riaffiorando, ti fanno sorridere di gioia e pure un poco di malinconia. Si riaccendono e rivivi tutto: il divano, la tavola, le luci, l’euforia prima di scartare i regali, le insofferenze, e quella commedia che a guardarla ogni volta ti si stringe il cuore. Una commedia che esorcizza i legami di sangue, l’ostinazione dei genitori nel non voler accettare l’essenza dei figli, le tradizioni, e la famiglia, la famiglia, la famiglia. Tutto il substrato culturale, il folklore di un popolo va in scena, e come succede, il dolce lascia l’amaro in bocca. Il dolore di un padre e di un marito che non vuole vedere, che rifugge la realtà e coltiva imperterrito il suo hobby: il presepe. Un figlio scansafatiche e coccolato da una madre ingombrante e generosa, e una figlia che bene o male segue il cuore, senza pensare troppo alla conseguenze. Intorno, parenti, vicini, impiccioni. Una bagarre, che ti fa ridere ma pure disperare.

Napoli ha perso un’altra voce, un altro figlio. Chi la racconterà, chi la canterà, adesso? Chi ci emozionerà fino a farci credere di avere il diritto di dire: ci mancherai, Luca. Riposa in pace e grazie assai?

 

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