Luciano Bianciardi: il precario esistenziale nel libello di Serino

luciano-bianciardi
PrintFriendly and PDF

Potremmo catalogare la vita degli uomini in base alle emozioni che l’attraversano. Vale lo stesso per Luciano Bianciardi, divulgatore culturale che ha segnato con le sue parole e i suoi gesti gli anni Cinquanta e Sessanta. Lo ricorda – e ne evidenzia l’attualità, la scomodità e la lungimiranza – Gian Paolo Serino, critico letterario e fondatore di Satisfiction. Serino ha curato per i tipi di Edizioni Clichy “Luciano Bianciardi, il precario esistenziale” un libello che ne ripercorre il pensiero e l’esistenza. Perché Serino abbia scelto di rispolverare (e far conoscere) Bianciardi è intuibile. Bianciardi detestava i luoghi comuni, l’ipocrisia, i simboli, i saputelli della domenica, i cocktail editoriali. Ancor prima di Pasolini, si scaglia dalle colonne dei giornali (Unità 3 giugno 1956) contro l’omologazione e l’illusione di un benessere di massa, che sarà solo sofferenza. Scrive Serino a pag. 23: «Bianciardi non voleva la rivoluzione. Bianciardi voleva la più grande delle rivolte: la coerenza di ciascuno di noi. Scrisse centinaia di editoriali, articoli, recensioni, ma in realtà ne scrisse una sola: siate coerenti con voi stessi, toglietevi il paraocchi, liberatevi delle comodità che vi inchiodano a una sedia, a una scrivania, ad un televisore e pensate con la vostra testa». Parole di fuoco, fastidiose. Serino – stile inappuntabile e diretto – guida il lettore alla scoperta di un outsider, che ha pagato con la solitudine e l’indigenza la sua insofferenza. Il libro non è solo critica. Esso è anche un album, costellato di fotografie in bianco e nero e di citazioni graffianti. Eccone una: «L’uso della televisione è gratuito. Non si paga, però si sconta».

Luciano Bianciardi 

Bianciardi era originario di Grosseto. Intorno ai 30 anni si impegna nella divulgazione culturale. Portava i libri ai contadini, ai minatori, agli operai perché credeva con fermezza nel potere salvifico della lettura, delle parole. Inizia a scrivere per giornali locali, finché gli si spalancano le porte delle redazioni nazionali. Collaborazioni esterne, ma fortunate. Nasce un’intesa letteraria con Carlo Cassola e ben presto gli si presenta l’opportunità di trasferirsi a Milano a lavorare con Feltrinell (sarà licenziato per la sua intolleranza verso l’ambiente editoriale e le sue regole). Scrive, certo, ma soprattutto inizia a tradurre. La traduzione sarà la sua occupazione principale. È negli anni Sessanta che pubblica il libro più importante. Un libro che definisce grosso e cattivo. Parliamo de “La vita agra”, il romanzo che narra le difficoltà di un intellettuale anarchico nella Milano del boom economico. È da quando ci si è trasferito che Bianciardi detesta la metropoli lombarda. «Bastano pochi mesi perché chiunque si trasferisca qui si svuoti dentro, perda linfa e sangue, diventi guscio: tra 20 anni tutta l’Italia si ridurrà come Milano». Milano è un buco nero, appannata dalle luci al neon, dalla corsa alla ricchezza. Quello che sogna la maggior parte della gente – lavorare, accumulare ricchezza – è l’anticamera del disfacimento. Bianciardi lo scrive con chiarezza. Il libro riscuote un successo clamoroso, il che imbarazza Biancardi, poco incline alle celebrazioni. Come tutti gli uomini scomodi (per paura di intaccare la sua libertà, Bianciardi rifiuta la proposta di Indro Montanelli di lavorare al Corriere della Sera) muore da solo, a 49 anni, dopo un coma etilico. Oggi, scrive Serino, «il vero dramma di Luciano Bianciardi è di essere più commentato che letto».

 

Be Sociable, Share!

    Related posts

    Leave a Comment