Mandami tanta vita: il romanzo ispirato alla vita di Piero Gobetti

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È stato chiaro Paolo Di Paolo, scrittore trentenne finalista allo Strega 2013, rispetto al suo Mandami tanta vita (Feltrinelli editore): «Ho preso solo spunto dalla biografia di Piero Gobetti. Per il resto ho scritto un romanzo». Eppure, al di là della maestria letteraria innegabile, il merito di questo romanzo è stato proprio  riconsegnare alla memoria collettiva i trascorsi di un ragazzo, già uomo per i suoi tempi, gli anni Venti.  Un uomo per le idee, e che a soli venticinque anni si era conquistato la fama di editore e di giornalista. «L’editore giovane» lo chiamavano a Torino. Un ragazzo smilzo Piero, riccioluto e con gli occhiali. La penna lo riprende spavaldo, agitatore politico, infiltrato da Giurisprudenza alla Facoltà di Lettere.  Nell’aula, a seguire la lezione su Dante, c’è Moraldo che resta infastidito dall’arroganza del coetaneo, anche se con gli anni finirà per invidiarne il piglio e la lucidità nel ragionamento. Le esistenze dei due sfrecciano parallele. Di Paolo dedica a ciascuna la dovuta cura (lo studio, la politica, l’amore), e attraverso la narrazione le confronta, le sistema una di fronte all’altra.  Intanto il fascismo stringe la morsa, e Piero, dopo una serie di minacce e di violenze, è costretto a sospendere la sua attività editoriale in Italia. Lascia la sua casa, sua moglie Ada e il loro bambino. Fugge a Parigi: è qui che intende ripartire ed è qui che chiederà ad Ada di raggiungerlo. Quando arriva nella ville lumière è molto deperito e a peggiorare il suo stato è la smania di scrivere per raccontare, per condividere con la gente la sua convinzione che la verità sta da un’altra parte e non negli assiomi del fascismo.

Moraldo, invece, a Parigi ci scappa per inseguire una ragazza con le trecce. Una fotografa che, però, non ha nessuna voglia di essere rincorsa, né ha intenzione di smettere di scappare. All’ombra dei suoi passi scompagnati, Moraldo pensa alla storia dell’editore giovane. Vorrebbe dirgli che baratterebbe con lui la sua sorte anonima, che la sua sfrontatezza non l’ha più scordata e che l’iniziale avversione è sfumata. Ma Moraldo non conosce il prezzo di essere Piero Gobetti.  Non conosce la febbre del dire, di dare corpo alle idee prima che sfuggano-di notte come di giorno-, alla storia che rischia di svaporare e smarrirsi nel buco nero del tempo. Una storia che al contrario deve essere ripresa, spiegata, senza tacerne le brutture. Nella corsa per vivere, per crescere, per esseri umani, i personaggi riaccendono nel lettore il sentimento di appartenenza. Sullo sfondo di questo mare di umanità, campeggia uno scorcio d’Italia. Un’oleografia in bianco e nero, nitida, ancora pulsante, nonostante tutti questi anni. «Mi sono rifugiato negli anni Venti per scappare dal presente e sorpreso me lo sono ritrovato davanti, come se il 1926 fosse adesso» ha raccontato in un’intervista Di Paolo. E il lettore non potrà che ritrovarcisi, e meravigliarsi di questo volo pindarico, non senza avvertire, sul finale, il vuoto per una morte-quella di Gobetti- prematura e trascurata dai più.

Questo post è apparso sul blog C’è vita su Marte

 

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