Marcel, il batterista filosofo su Unonove

pianoforte150
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Sul far dell’autunno Marcel mi portava vicino al mare. Si accendeva una Marlboro e parlava di Nietzsche. «La voce della bellezza parla a voce bassa» diceva tra un tiro e l’altro di sigaretta. Discettava dell’importanza di salvaguardare la natura, i bei posti. Io lo ascoltavo con la bocca semiaperta e il naso umido per il primo raffreddore. Contemplava il cielo puntellato di stelle e lasciava andare gli occhi tra i riflessi della luna, testimone, come noi, dell’ultimo respiro dell’estate. A Marcel piaceva il mare nelle stagioni di passaggio, quando la maggior parte della gente lo trascura, quasi lo rinnega. Io, invece, il mare ce l’avevo dentro e nei gorghi ci affogavo l’anima. Se non me stavo impalata a rimirare i flutti, seguivo Marcel nei locali dove si esibiva con gli altri del gruppo. Suonava la batteria. Si ispirava al ritmo cardiaco, che è il ritmo della vita.

Il gruppo aveva vinto già tre premi. Era volato pure a Londra, su un palco psichedelico insieme ad altri musicisti in erba. Giovani promesse del rock europeo, avevano scritto i giornali.
Marcel sapeva che mi perdevo nella corrente dei miei umori fugaci. Spaventavo i ragazzi con la mia capacità di ballonzolare tra l’euforia e la noia. Mi davano della complicata. Lui, invece, era sempre pronto a salvarmi. A trascinarmi via, sulla riva, davanti a un confine. Scavalcavamo il muretto che circondava il porto e saltavamo sui frangiflutti. Mi induceva alla contemplazione, mi copriva di storie e io lo ascoltavo per trovare un lenimento. Pendevo dalle sue labbra cremisi.
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