Maria

ragazza - vintage - bianco - e - nero
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Maria era più bella naturale, senza trucco. Io glielo dicevo spesso, ma lei non mi credeva. Sosteneva che il trucco la rendeva sicura e che quelli che la sceglievano fra tante non erano tipi da viso pulito, e nemmeno lei. Conoscevo i suoi orari. Alle 18 scendeva dalla stanzetta di via Nuova Poggioreale e si incamminava verso il Corso Meridionale. Là passavano centinaia di macchine e le possibilità di lavoro aumentavano. Si avviava con delle scarpe comode. I tacchi li indossava sul posto per attirare i clienti, perché era convinta che i maschi preferissero quelle alte. Stava ferma ore ed ore, con addosso un vestito che le strizzava il seno e che le arrivava appena sotto il sedere. Una lucciola col viso da bambina, velato da chili di ombretto metallico e ciglia nerissime. I capelli lunghi, con una frangia geometrica, nascondevano orecchini massicci in pendant col resto della chincaglieria. Le piaceva il rumore gitano dei bracciali quando agitava il braccio per imprecare contro gli automobilisti che le urlavano oscenità di ogni tipo. Passeggiava avanti e indietro in un metro quadrato, poi qualcuno le si accostava e la invitava a salire senza guardarla negli occhi. Capitava anche chi le rivolgeva qualche domanda, incuriosito solo dal fenomeno. Adolescenti, per lo più.  La maggior parte delle volte, però, nessuno diceva niente. Solo un cenno, come a dire vieni qua e facciamo in fretta. C’era anche chi fischiava, neanche avesse a che fare con un cane. Lei andava comunque e attraversava la strada come si attraversa una terra di confine, un crinale tra il prima e il dopo. Lo faceva e basta, senza pensare troppo. Spariva per un paio d’ore.  Poi tornava, sempre là, col trucco rifatto e le calze smagliate. Si accendeva una sigaretta, si guardava le scarpe e attendeva. Quando non riusciva ad andare con nessun altro, si cambiava le scarpe e risaliva su per i vicoli. Apriva la porta di casa, gettava la borsa sul divano e si spogliava. Lasciava scrosciare la doccia sulla schiena. Alzava la faccia, apriva la bocca, e pregava che la notte passasse lenta.

Maria la conoscevo da anni. Conoscevo l’opalescenza della sua pelle dopo che lo struccante, a sera, aveva ripulito l’incarnato delle guance. Fin da piccole, a me piaceva leggere, e a lei giocare col trucco della madre che restava tutto il giorno fuori casa. Il padre non l’aveva mai conosciuto e nessuno sapeva dove fosse. Abitavamo nello stesso palazzo, in un vicolo senza sole e senza fine. Di pomeriggio, andavo sempre a trovarla. Lei si divertiva un sacco a testare i trucchi, a sfilare con gli abiti della signora Concetta, la madre. Le brillavano gli occhi. Io la guardavo. Era già bella. Era già il pensiero bislacco dei suoi coetanei che a scuola le scrivevano lettere d’amore. Le lanciavano i missilini con la scritta rossa ti amo con tutto il quore. Io rabbrividivo. «Ma che quore?» strillavo, e lei rideva. Anche durante l’adolescenza, era lei quella che dava nell’occhio. «Si bell’» le dicevano quelli del quartiere. E tanto hanno fatto che l’hanno convinta. Le hanno fatto credere che avesse tra le mani un altro destino, una stella migliore da inseguire. Ma una bella faccia non è una stella, semmai è una cartolina. Un bigliettino da tirare fuori all’occorrenza, quando ti devi giocare una carta e non sai da quale mazzo pescare. Non voleva studiare, diceva che non se ne faceva niente di quelle chiacchiere. La madre le lanciava appresso stracci, piatti, cuscini. «Maria, a vuò fernì di perdere tempo accussì?». Lei sgusciava fuori, per strada, tra le braccia dell’ultimo fidanzato. Pure Andrew, un americano, un’estate, si innamorò di lei. «You get me on my knees, baby» le sussurrava all’orecchio. Lei rideva, rideva, ma non sono sicura sapesse cosa le stesse dicendo. Andrew le portava ogni sera un fiore: «A beautiful flower for a beautiful girl». L’aspettava sotto il balcone, in fondo al vicolo. Maria lo faceva salire di notte mentre la madre dormiva. Lei faceva le prime esperienze e lui perdeva la testa. Restavano abbracciati nel lettino fino all’alba, finché non suonava la sveglia, puntata per le cinque. Lui scappava, zitto zitto, canticchiando a stento Tu vuo fa l’americano. Incespicava nel napoletano, ma si divertiva. Quanto pianse Andrew alla fine di quell’estate dai nonni! E non fu il solo a piangere. La storia si ripeteva sovente. I ragazzini tagliavano la strada a Maria in sella ai motorini perché volevano conoscerla, rapiti da quel sorriso errabondo. Certe volte bloccavano anche me solo per chiedermi «neh, chi è  a cumpagna toje?». Frequentavamo la terza media.

Quell’anno, Maria fu bocciata. Io mi iscrissi al liceo scientifico, mi dividevo tra i libri che leggevo per piacere e il lavoro al negozio di babbo. Maria usciva spesso. Mi parlava dei baci e delle bugie alla madre «che si ci fosse tuo padre ti spezzerebbe le gambe». Diceva che veniva da me, e invece sgattaiolava chissà dove, chissà con chi. In equilibrio su un tacco dodici planava briosa sullo schifo intorno. Io era molto impegnata con la scuola. Non ero la migliore della classe, però me la cavavo, specie nelle materie letterarie.  Avrei scelto volentieri il classico, ma mio padre premeva per il liceo scientifico. Sosteneva che far di conto mi avrebbe alleggerito le fatiche in panetteria. Uscivo pochissimo. Mi piaceva un ragazzo del mio quartiere che di me non voleva saperne.

Maria aveva incantato anche lui, e a quindici anni cosa vuoi t’importi se la ragazza tanto desiderata non ti degna di uno sguardo? Ti sdilinquisci e sei felice.

Maria era molto concentrata sulla sua faccia, sulla sua presenza. Sui lineamenti che via via circoscrivevano nuove geografie umane. La sera entrava e usciva dalla mia stanza come e quando voleva, senza preoccuparsi se avevo sonno, mal di pancia o se il giorno dopo mi toccava un’interrogazione. Sapevo che si presentava in classe un giorno si e uno no, e che già rischiava la bocciatura. «Ma che mi importa» diceva. Soffriva perché non aveva i soldi necessari per nuovi vestiti o per andare più spesso dal parrucchiere. La madre era esasperata. Spesso la bacchettava, eppure Maria non versava una lacrima. Usciva anche con ragazzi più adulti di lei. L’aspettavano in auto di grossa cilindrata, con i  vetri fumé, e la portavano a cena, o forse a ballare. All’appuntamento si presentavano sempre uomini diversi. Maria li liquidava presto con la scusa di non sopportare quelle uscite clandestine. Loro la supplicavano, tristi. E allora lei li pregava di non insistere e li minacciava di spifferare tutto alle fidanzate. Quelli, spaventati, la lasciavano andare, offrendole gioielli o qualche centinaia di euro. Li mollava uno dopo l’altro non appena si mostravano esigenti, gelosi. Tra un flirt e l’altro Maria aveva messo da parte una discreta somma. Non so se Concetta le ha mai chiesto da dove provenisse quel denaro. Poi i soldi finirono, la scuola era un continuo disastro. Dopo che fu bocciata, la madre le fece sapere chiaro chiaro che se non intendeva studiare doveva lavorare. Maria non ci pensò molto. Lavorare, va bene. Ma che lavoro? Suo zio, il fratello del padre, l’aveva indirizzata verso un fotografo suo amico: «Marì, si na bella guagliona, perché non fai contento questo amico che vuole farti due fotografie?» suggerì. Il fotografo era l’occhio di falco di un’agenzia equivoca: si scattavano foto gratis alle ragazze selezionate per caricarle su siti di incontri. Oltre quest’attività quasi quotidiana, le ragazze ballavano a feste private e si esibivano nei club convenzionati con l’agenzia per cinquecento euro a settimana più i cachet extra. Là per là Maria tentennò. Le vennero in mente le gheishe di Kyoto che aveva visto alla tv. Pensò anche a Kawabata di cui le avevo raccontato io. Si figurò assoluta. Desiderata e ricca.

Accettò.

La prima volta che Maria si presentò in agenzia era contenta. Pensava che non avrebbe dovuto più uscire per forza con qualcuno, che i soldi li avrebbe guadagnati divertendosi e che ballare le piaceva fin dai tempi di Fantastico. Con i primi compensi se ne andò da casa, ma ci frequentavamo comunque. Veniva a trovarmi al negozio, nascosta dietro i suoi Chanel massicci comprati con i primi guadagni. La madre accettava la sua parte di soldi e non chiedeva niente.

Maria mi raccontava che nei club le ragazze erano stelle. Dagli anni Venti ad ambientazioni interstellari, i loro abiti lamé erano disegnati per strozzare il seno in un push up, lasciando scoperte le cosce. Ognuna aveva la sua schiera di sostenitori, la sua agenda di feste di compleanno, di veglioni di capodanno, di addii al celibato. Qualcuna era disposta a farsi toccare. Una palpatina valeva più di mille euro e durava il tempo di uno starnuto. I locali erano un buchi di tavolini e luci soffuse. Il fumo delle sigarette stagnava a mo’ di patina, di nebbia, e in quella nebbia malsana spiccavano il palcoscenico e il bancone del bar dove stava una donnina con una gonna di pelle nera. La tipa ogni tanto girava per i tavoli a prendere le ordinazioni. Per ogni serata, in genere, si esibivano due ragazze, ciascuna con una sua coreografia, lap-dancing soprattutto. Il gioco era infiammare gli assidui spettatori e indurli a cercare le ragazze sul sito dell’agenzia, o a contattarle per serate private. Maria li strabiliava tutti: la malia degli occhi, in contrasto con l’imbarazzo delle mosse più spinte, avviluppava i sensi di quanti in lei amavano soprattutto la contraddizione. Era la madonna che avanzava nel riverbero rosso e blu di un neon, il sogno erotico di quanti iniziavano ad accaldarsi già alla sua vista.

Passarono tre anni.

In agenzia faceva le pulizie Francesco, un ragazzo alto che non parlava molto. Se ne stava per i fatti suoi. Niente gli dicevano e niente chiedeva. I magnaccia confabulavano che fosse omosessuale: «Con tutta questa carne non alza mai la testa dalla scopa». Maria qualche volta lo punzecchiava: «Che c’è France’, hai perso la lingua?». Lui le rispondeva che se uno non ha niente da dire è preferibile che stia zitto, e lei si compiaceva della risposta inusuale. Per quello che ne sapeva lei tutt’intorno gli uomini avevano sempre da borbottare, peggio delle donne del suo quartiere. Francesco pareva immune al riflesso bruno dello sguardo di lei. Non la guardava. Non si voltava per seguirne il passo, non sbirciava nella sua scollatura con la scusa di non aver mai notato il tatuaggio a forma di farfalla tra la spalla e la linea dolce del seno destro. Però era cortese, questo sì. Le teneva aperta la porta, era attento ai suoi umori, alle sue facce cangianti. Quando la mattina la vedeva arrivare stringeva forte il manico della scopa e quando lei passava la salutava. Poi basta, nessun’altra parola. Maria qualche volta lo fissava. Sguardi che duravano meno di un pensiero. E si rimetteva a lavoro.

Una sera Maria fu l’ultima a lasciare l’agenzia. Stava negli spogliatoi quando si spensero tutte le luci. Capì che l’avevano chiusa dentro. Si precipitò nell’atrio e prese ad agitarsi: «C’è qualcuno? c’è qualcuno?». Scagliava pugni contro la porta blindata e gridava con la speranza che qualcuno la sentisse. Nulla.

Poi ebbe un’idea:telefonare a Francesco. Gli disse che aveva bisogno di un favore, che era rimasta in agenzia e non sapeva come uscire. Lui la interruppe: «Aspetta, arrivo». Quando le aprì la porta da fuori, le fece anche un inchino: «Prego, madame». «Non fare lo scemo» replicò lei. Lo ringraziò, e ringraziò pure il cielo di aver avuto quel numero di cellulare. “È tardi e ho fame. Ti va se andiamo a spizzicare qualcosa? propose lei. Indossava solo un paio di jeans. Struccata e senza tacchi non somigliava granché alla vamp che si faceva scattare foto e che era diventata una perfetta lap-dancer. Era tutta là, una ragazza comune. Francesco accettò.

Fu il primo di una serie di appuntamenti.

Francesco non lavorava tutti i giorni in agenzia. Quando non ci andava, aspettava Maria impaziente. Maria stava attenta a non farsi beccare da nessuno perché non voleva che gli altri scoprissero un affare suo privato. Di questo lei e Francesco discutevano spesso. Lui la esortava a cambiare lavoro. Le spiegava che soffriva alla vista del suo corpo offerto in pasto a tutta quella gente. Che non  capiva perché preferisse stare in quel giro. Per lui era un gioco d’azzardo, ciccia per pochi e palate di spazzatura per altri. Solo che la puzza era velata, ammantata di rose e cotillons.  I club, i festini,erano gli spazi di una pratica schifosa che poco c’entrava col ballo. Lei lo rassicurava: «Ma è solo un lavoro. A me di quei maiali non interessa niente». Niente, niente. Quella parola suonava ossessionante per Francesco che aveva le mani legate. “Io non sono una cima, e ad andare a lavare i bagni non ci penso proprio” chiosava lei. Una conversazione tra sordi. Francesco di andare nei locali dove ballavano Maria e le altre non ne voleva sapere. Restava a casa a giocare a computer, ma si alzava almeno dieci volte, fumava, si risiedeva finché Maria non telefonava: «Scemo, tutto a posto. Dai che con i soldi di stasera ci facciamo un viaggio». Francesco era preoccupato, oltre che geloso, ma doveva fingere che fosse tutto come sempre, che tra lui e Maria non c’era niente di niente. Convincersi era complicato, eppure doveva riuscirci. Finché, durante una festa dell’agenzia, uno afferrò Maria per il braccio. La strattonò e le cinse le braccia intorno alla vita, appoggiando la testa sul suo petto. «Uè piccerè, ci beviamo una cosa e fai un balletto tutto per me» le sussurrò mentre  strofinava la faccia sui merletti della scollatura.  Alitava famelico. Era grasso e madido. Un porco. Lei non ci vide più e paf gli mollò un ceffone. Sonoro. Sentito. Il tipo si alzò offeso. «Puttana, ora vedi che ti combino» l’avvertì mentre si accarezzava la guancia indolenzita. Quella sera stessa i titolari dell’agenzia le dissero che le feste erano un ricordo, e che per un po’ i clienti se li sarebbe procacciati sui marciapiedi. Un mese o due, giusto il tempo di pagare pegno e far dimenticare l’incidente. La affrontarono in una stanzetta senza finestre. Maria non ebbe nemmeno per un minuto l’impressione di potersi tirare fuori da quell’impiccio. Né, in fondo, lei intendeva mollare. La sola idea di servire ai tavoli la scombussolava. Così restò. «Tanto mi perdoneranno» si consolò.

Quella sera Maria citofonò a Francesco. «Si, chi è?» chiese il padre di lui. «Sono Maria. C’è Francesco?». Glielo passò. Lei gli chiese di scendere perché doveva parlargli. Lui era intabarrato nella felpa di una tuta blu. Lei, nel suo piumino verde acido, aveva i capelli raccolti una coda folta. «Stasera uno mi ha toccata e l’ho picchiato». Francesco dapprima restò immobile, poi scattò verso di lei e l’abbracciò. «Brava, hai fatto benissimo». Lei rimase con le braccia lungo il corpo, senza ricambiare la stretta. Allontanò Francesco da sé: «No, ascolta…». Gli raccontò di quello che le avevano detto, che doveva scordarsi le fotografie e le serate. «Mi hanno imposto di prostituirmi». Lui credette di non aver capito bene, tanto che chiese a Maria di ripetere. «Ma che stai dicendo, neh? Non ti preoccupare, li denunciamo. Ti aiuto io». Lei abbassò la testa. «Se li denuncio perdo il lavoro, i soldi, la casa». «Stai scherzando? ti prego dimmi che stai scherzando» intervenne lui. Maria indietreggiò di tre passi. Gli disse che da quel momento in poi sarebbe stato meglio non vedersi più. Poi si girò verso la strada e prese a correre. Francesco la inseguì, finché non l’afferrò per un braccio. La strattonò. Si fissarono. «Sono io che non voglio avere a che fare con una che preferisce essere una puttana anziché la mia ragazza. Ti credevo un tantino meglio, Mari’».

Il giorno dopo in agenzia Francesco non c’era. Maria, da parte sua, là non poteva starci. «Stai in punizione, ma ti teniamo d’occhio» le dissero. Venne da me prima di cominciare sulla strada. Le dissi che stava buttando la sua vita nel cesso. Lei mi rispose che era colpa mia e di Francesco se soffrivamo. Da una che è cresciuta per strada non avremmo dovuto aspettarci nulla. A me pareva una scusa sbrigativa e egoistica. Mi avvertì che se volevo continuare a essere sua amica non dovevo giudicarla. Lei avrebbe scontato la sua pena, sarebbe tornata in agenzia e la strada sarebbe sfumata tra i ricordi. Le dissi che la giudicavo, eccome e che doveva tirarsi fuori da quella ragnatela. Lei non disse niente. Mi guardò e attraversò la porta, sola, dietro ai soliti Chanel.

 

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