Metamorfosi marina di Hemingway: un racconto magistrale

ernest-hemingway
PrintFriendly and PDF

Ernest Hemingway è stato un grande scrittore. Padre del minimalismo letterario (Carver non ha introdotto niente di nuovo, diciamo la verità), insignito del Nobel per la Letteratura nel 1953, ha scritto romanzi e racconti. Ce n’è uno – tratto da “I quarantanove racconti”, celebre antologia proposta in Italia per la prima volta nel 1947 – che mi piace tanto. Parlo di “Metamorfosi marina” . Siamo a Parigi, l’estate stingerà presto nell’autunno. Una coppia siede al tavolo di un caffè: sia l’uomo che la donna sono abbronzati, hanno l’aspetto di chi si è divertito. Ma così non è. Discutono, perché a quanto a pare lei sta per scappare da una donna. Rispetto a questa prospettiva, l’uomo va in tilt. Non riesce a manifestare rabbia e disappunto. Se a mettersi di traverso tra lui e l’amata fosse stato un uomo avrebbe fatto sicuro a botte, ma di fronte alla realtà dei fatti, implode. Lei – capelli biondi e mani bellissime – non se ne cura, si alza e se ne va. Il quadro cambia di colpo: la coppia in apparenza felice e contenta dopo le vacanze, va incontro ad altre prospettive. Della bella stagione resta solo l’abbronzatura, specchietto per le allodole. Sulla pagina nient’altro che un episodio della vita.

UN RACCONTO MAGISTRALE

Metamorfosi marina è, come altri racconti di Hemingway, una lezione di scrittura. La trama, essenziale, si compone attraverso i dialoghi. Piccole descrizioni – flash più che altro – creano un ponte tra la fisicità e l’emotività dei personaggi. La messinscena è perfetta, senza sbavature. Ma è una semplicità apparente, frutto di metodo e acribia. Chi conosce lo stile di Hemingway sa che la scrittura tacitiana e l’assenza di preamboli sono una tecnica narrativa, quella che l’ha reso un gigante della letteratura. Hemingway intraprendeva dei corpo a corpo con il testo, affinché quest’ultimo acquistasse in leggerezza e armonia. I finali aperti, i silenzi, le mancate spiegazioni erano il suo terreno di azione. Il prodotto finale, stupefacente per il lettore, elogiato per la semplicità e la disinvoltura, costava un mucchio di fatica. Per spiegare il suo approccio alla magma della parola scritta, Hemingway ricorreva ad una metafora. Per lui era come manovrare un iceberg: ne vedeva la grandezza, ne sentiva il peso, ma il lettore no. Il lettore vedeva solo la punta, ignorando tutto il resto, che faceva da sostegno.  È la logicità dell’invisibile, la coerenza oltre il caos. Leggere Hemingway è aprire gli occhi sulla natura degli uomini. È ricercare il senso, senza pretendere di trovarlo.

 

Be Sociable, Share!

    Related posts

    Leave a Comment