Momento di considerevole insofferenza di un lavoratore qualunque

Momento di considerevole insofferenza di un lavoratore qualunque
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Dovrei  spalancare l’armadio tirare fuori i vestiti e stiparli in una borsa di fortuna prendere il primo treno salutare la noia di una vita periferica prigione dell’anima stanzino buio senza finestre in cui non avverto né fame né sete che ci sono solo io in questo fottuto angolo di mondo mentre la radio ricalca anche oggi il disastro colposo di una società distratta solo io percepisco i ghigni i commenti sottovoce dei colleghi gli sguardi furtivi che sembrano dire “sei solo un fallito”e lambiscono le regioni più segrete dell’anima eppure per una volta non fanno male le ferite aperte i nervi scoperti che ogni giorno pretendono cure attenzioni ed invece restano lì come un monumento ai caduti ai sensibili che ad apparire proprio non ci riescono un’effige di vita vissuta ma soprattutto sperata che plana nella testa come un aquilone verso il cielo finché il filo non si spezza e precipita al suolo ed allora  mi alzo da questa sedia spengo il pc e metto in moto l’auto per una volta mi vedranno nella mia interezza bestemmieranno la mia urgenza di libertà cercheranno di metterla in croce e poi l’esibiranno come un Cristo crocifisso per ricordare agli altri la fine che fanno i coglioni mentre io  sarò lontano come il più abile dei fuggiaschi ed allora questa libertà tanto invisa ai figuranti della società farà tremare d’invidia i meno coraggiosi che mi chiameranno per dirmi “sei stato grande è una vita che sogno di farlo” ed io intanto sarò al mare avrò attraversato la regione per giungere dall’altra parte della costa  avrò parcheggiato l’auto sarò sceso sulla spiaggia ad ascoltare il rumore delle onde che si infrangono sulla riva e non sentirò nessuna voce nessun commento inutile nessuna vacua opinione perché questa  vita non mi appartiene è un quadro che osservo distante un motivo che rimbalza come un’eco svuotata di significato e ci saremo solo io e l’acqua l’elemento che mi ha generato e che mi darà la morte quando sprofonderò nella sabbia immobile senza resistenza al naturale scorrere delle cose io sì io che non sopporto le porte chiuse i confini imposti la libertà negata sportelli che si aprono e si chiudono passi affrettati nei corridoi come in sale d’aspetto  neanche se da questo ufficio dipendessero le sorti del mondo mentre i colleghi camminano distratti e se ne infischiano se fuori il mondo grida aiuto implora pietà e ci intima di intervenire qui conta solo correre affrettarsi esserci avere esserci ancora ma soprattutto avere avere avere  la parola risuona nelle orecchie a mo’di una campana stonata e a te Mariù che sorridi al mondo dalla tua bottega di spezie e di fiori non posso raccontare di questo tran tran forsennato che ci risucchia come fili d’erba in balia del vento stanchezza amarezza chiamali come vuoi questi sentimenti passeggeri eppure amari come sciroppi decongestionanti ma io voglio salvarmi Mariù e perciò scappo al mare prendo la seicento e fuggo e li frego tutti sul tempo per godere della gioia della vita tanto invisa agli uomini distratti mentre tu mi saluti con la mano da dietro la rete che separa la strada dalla spiaggia un refolo di vento ti ruba il cappello  gioca con il lembo del vestito ed io rido della bellezza del mondo che si concentra in un viso che non conosce l’oblio del sonno
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