My poor sweet girl

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L’orologio del tuo p.c. in ufficio segna le 20.00. Quando hai alzato lo sguardo dai dati di bilancio dell’ultimo semestre, l’occhio ti è caduto per caso sull’orario e hai pensato che era proprio ora di andare. Prima di alzarti, ricapitoli: quante cose hai fatto da stamattina? L’incontro con l’amministratore delegato, il pranzo con i colleghi di Bologna, la riunione per il lancio del nuovo brand. Il soldo non gira e tu a trottare. Vitaccia!

Tua madre ti ha telefonato tre volte solo nelle ultime due ore. Ti ha fatto presente che il frigo è vuoto e che nel forno, in una terrina, ti aspetta il polpettone con le patate. Ti ha anche detto che lei è a disposizione se devi stirare qualche camicia. La mamma è sempre la mamma, non è vero?

Spingi via la sedia dalla scrivania, che scivola fino alla parete dietro di te. Boom! Sei con le spalle al muro.

Nelle altre stanze le luci sono spente da tre ore. In confronto alle altre postazioni, la tua è un deposito di relazioni, appunti, estratti conto e circolari. A volte ti sembra di lasciarci un pezzo d’anima sotto quelle scartoffie.  Ti restano appiccicate addosso, persino a Natale e a Ferragosto. Ti manca il fiato. Ti sbottoni appena la camicetta celeste. Respiri e ti dici che non potrebbe essere diversamente. Sei il vice del capo, e un futuro capo deve sgobbare, lo sanno tutti.  O no?

Non sopporti stare senza far niente, con le mani in mano e il tempo che scorre, scorre e ti travolge. Non ce la fai a resistergli, a fregartene con un sorriso, con un pensiero evasivo in linea con l’assoluto. Per te sono poco più che scemenze. Il lavoro nobilita l’uomo e se lo sfinisce è persino meglio. Ti consumi e ti piace. Non fai sport, rimandi sempre la visita dal dentista e non hai tempo nemmeno per leggere un giornale. Ami i gatti, però. Meno male che c’è Clio, il micio, a tenerti compagnia la sera quando rincasi. Già, la casa…

Alla fine rientri. La luce della lampada illumina il salotto che dà sul terrazzino, le sedie sono perfettamente allineate, le pentole accatastate sul lavello e i panni da stirare ammassati sulla sedia in camera da letto. La voce rifratta di Gianni in segreteria ti avvisa che stasera lui ha una partita di calcetto con gli amici e che non ce la farà a passare da te. Tanto meglio pensi, mentre accendi la radio e “Goodbye Kiss” dei Kasabian invade tutte le stanze. Mesci l’acqua nella scodella di Clio. Ma da quant’è che tu e Gianni non fate l’amore? Nemmeno te lo ricordi. Apri il frigo. Una cipolla, una lattuga preconfezionata, due limoni e una scatoletta di tonno. Arraffi tutto e improvvisi un contorno veloce per il polpettone. Veloce. Ti piace quando te lo dicono. Quando si complimentano perché riesci a stilare pile di relazioni, a scrivere cinque e-mail al minuto e ad organizzare anche una convention. Trattare più affari contemporaneamente ti gasa. Ti gasa e poi ti svuota, come un sacchetto o un palloncino.

Ti svesti. Via la giacca, via la camicia, via i pantaloni neri, i collant e gli stivali. Li-be-ra.

Indossi il pigiama, fagociti la cena e ti guardi intorno. Non sai che fare. Allora accendi il pc e riprendi a lavorare. Rifletti un attimo. Ma Gianni non ha giocato anche l’altro ieri e il giorno prima ancora? Inizi a domandarti se per caso non preferisca starsene con gli amici. Ti mordi il labbro inferiore e ti raccomandi di approfondire.

Colonna sonora: Girl dei Beatles (clicca e ascolta)

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