Napoli, Centro Direzionale

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Napoli, Centro Direzionale. Dieci minuti a piedi dalla stazione centrale, dal pianoforte, dal Corso Meridionale, un filo di strada soltanto di passaggio, terra di nessuno se cala notte. Quando gli uffici si svuotano, si incrocia un’umanità peculiare: uomini disinvolti nel completo fumo, venticinquenni con lo zaino in spalla, donne dall’aria pensosa o immerse nello smartphone. Anche questo è un luogo della città, molto più rappresentativo di quel che crediamo. Per un tizio azzimato ce n’è un altro che tira avanti vendendo accendini. La metafora della vita: per uno che batte, ce n’è un altro che incassa. Come succede alla signora che spande l’odore della casa (marito, figli, parole, desideri, gioie) o a quella che di queste cose ignora tutto e conosce soltanto la data del meeting aziendale. E poi ci sono i bambini, che non appena giunge la bella stagione corrono là per giocare a pallone, andare in bicicletta, inseguirsi, sudare, essere felici. Abitano tutt’intorno: un atollo di palazzoni e macchine parcheggiate, mentre al Centro Direzionale puoi calciare in libertà. Si fanno avanti anche ragazze straniere. Fanno capannelli, e più in là, i loro bambini. Li lasciano gironzolare a patto che non si allontanino troppo. Sono assetati di corsa questi piccoli. Il sole all’ora del tramonto, sempre più tarda, li bacia. E bacia anche quei due che con una pistola giocattolo simulano una rapina sfociata tragicamente in un omicidio. Per gioco si sparano, per gioco si feriscono e muoiono. Meglio dei birilli e della campana questo tiro al bersaglio. Inscenano la cronaca, il loro quotidiano, la violenza. Esistono anche loro, con le armi finte, con un riflesso dannato negli occhi. Ma domani è un altro giorno, i ragazzini andranno a fingere di sparare da un’altra parte e nessuno li vedrà.

 

 

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