Noi che ci volevamo così bene su Unonove

poesie-d-amore
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Lou era convinto che Alice avesse un debole per lui. Indagava ogni volta che ci sentivamo al telefono, o ci incontravamo all’università.
Io mi smascellavo dalle risate.
«Alice? Un debole per te?», e lo prendevo in giro, convinto che la scuffia fosse sua, invece.
Negava. Diceva che Alice era bella, ma per lei non sentiva un interesse speciale. Diceva anche che
Alice gli scriveva. Gli inviava ogni sera un messaggio che non riguardava il corso. Chiedeva come stai, che fai, esci, e altre cose del genere.
Lou non rispondeva, oppure faceva il vago. Era per non accendere illusioni. «Non voglio casini» chiariva.
All’epoca, Alice stava con Gilberto. O meglio stava in crisi con Gilberto. Lei gli chiedeva di vedere gli amici, di viaggiare col fratello, e lui la interrogava sulla qualità del loro rapporto. Alice lo ascoltava, ribatteva, ma non tagliava mai i ponti. Preferiva trascorrere ore ed ore a litigare (a telefono, a cena, nel letto), invece di lasciarlo.
Affari suoi, e difatti ne parlava poco o niente.
Frequentavamo Lettere moderne.
Tra una spiegazione e l’altra uscivamo a prendere una boccata d’aria. Chiacchieravamo dei miei tira e molla con Carmen, una ragazza madrilena che viveva vicino casa mia per cinque mesi all’anno, delle ragazze che frequentavo nel tempo restante, di quello che desideravamo per noi.
Alice mi ascoltava sempre. Nessuna aveva la sua pazienza. Stavamo fuori una trentina di minuti, poi rientravamo. Il tempo di una sigaretta o di una bestemmia contro il professore stronzo. Dentro, lei prendeva appunti e io copiavo. Non ho mai capito come facesse a riacciuffare il filo del discorso.
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