Parafrasando D’Annunzio

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Fa caldo. L’estate è deflagrata in primavera e il mare sfiora la città. Sta lì, in attesa che la gente ci si riversi a frotte. Conti i giorni che ti separano dal week end. Tu e Ada scapperete in spiaggia per la prima tintarella, e per ore ed ore ve ne infischierete del mondo. Oggi però ci sono i corsi all’università.  Il cortile della Facoltà è un’accolita di studenti con il mondo tra i pugni, e lo dileggiano, lo prendono a calci, lo mangiano e lo vomitano come e quando pare a loro. Attraversi i porticati. Marci, mentre l’aria è una patina di nicotina e marijuana. Un tipo col piercing accenna un saluto. Ricambi, ma come si chiama? La domanda si sforma nell’alternanza dei tuoi passi. La risposta potrebbe essere ovunque, in quel mare di pensieri che boccheggiano come pescetti. Non abbocca niente e vai avanti, dritta. Ogni tanto tasti la tasca della tua giacca a vento. Dentro ci sta il cellulare e controlli che non stia vibrando. Un gesto automatico, quasi un guizzo nervoso. Ecco le scale. Sali. L’aula è al secondo piano. Scivoli dentro. Ti sfili la borsa. Ti siedi. La sedia è dura e sistemi il banchetto del bracciolo in senso orizzontale. Ci abbarchi su una risma di fogli. Quando ti deciderai ad usare un quaderno?

Un quarto d’ora dopo una cinquantina di corsisti si è accomodata tra i banchi e il professor Altobelli sta parafrasando D’Annunzio. Prendi appunti anche se di D’Annunzio hai scartabellato un mucchio di scritti negli anni. “Riaccendere l’amore è come riaccendere una sigaretta. Il tabacco s’invelenisce, l’amore anche” ti gira in testa nel mezzo di un’amarcord. Altobelli continua a citare il poeta “Così dunque, aspettando, Andrea ricedeva nella memoria quel giorno lontano; rivedeva tutti i gesti, riudiva tutte le parole”… Sussulti. Non ricordavi che il protagonista de Il Piaceresi chiamasse Andrea. Pensi che mastichi i pensieri di una ragazzina, sorridi beffarda e abbassi gli occhi. Andrea spunta sull’uscio e allunga la testa come a chiedere il permesso di entrare. È in ritardo e Altobelli s’infuria se lo becca. Appena lo scorgi fai finta di niente, anche se lo stavi cercando. Ti rigiri verso la cattedra. Eviti i suoi occhi; una pozzanghera nera di ricordi detestabili. Non hai né voglia, né tempo di soffermarti. Cerchi di riafferrare il filo del discorso del professore e ti aggrappi ai lembi delle parole come Teseo al filo del gomitolo di Arianna. Se ti impani in quel reticolo finisce che ti senti inetta. Altobelli si volta verso la lavagna. Andrea sguscia dentro, piegato sulle ginocchia, con la testa bassa. Trova posto nella fila parallela alla tua. Lo spii di sguincio, con la coda dell’occhio. Altobelli va avanti per altri venti minuti. Poi raccoglie le carte e vi saluta. Tu fai lo stesso con i tuoi fogli scarabocchiati, li infili nella cartella e con un balzo sei sulla porta.

«Gilda, aspetta»

Ti giri come se non sapessi già chi ti ha chiamata. Arrangi un’espressione tra il sorpreso e l’indaffarato. Ora il muro è crollato. L’hai guardato, e lui è come Medusa, solo che anziché pietrificarti, prenderai a scioglierti lenta, a sdilinquirti zitta. Friggerai, fingendo di non sentire dolore.

«Ma che fai? mi eviti?»

Abbassi la testa. La ruoti a sinistra per seguire la traiettoria del tuo sguardo mobile in cerca di un approdo sicuro in un mare di imbarazzo.

«No, che vai pensando. Allora tutto bene?»

Ti dice di sì, ma non accenna a nient’altro. Tre secondi di silenzio. Allora lo liquidi con la scusa che hai da fare e ti dilegui. Ti volti e vai, e non sai se lui ti sta guardando, o ha già preso la sua direzione. Mentre scappi, odi chiaro il tamburo che hai nel petto. Il solito. Scendi le scale, così come le hai salite. Rovisti nella borsa che hai a tracolla e afferri l’mp3:” l’irreparabile è un deja vu / irreparabile è la paura di me solo / irreparabile è il mio modo di cancellare tutto / l’irreparabile è questa stanza così vuota”. Acceleri. Ti lasci alle spalle il cortile, la statua marmorea al centro, attenta a non incespicare nei ripensamenti. Hai sei minuti per prendere l’autobus e tornare a casa, piluccare un panino e dormire un’oretta prima di metterti a studiare per l’esame di Letteratura italiana.

 

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