Parigi 1979

Parigi 1979
PrintFriendly and PDF



 


Cara Simona,
sono arrivata a Parigi da pochi giorni e ho pensato di scriverti. Non potevo più restare in Italia, perché il lavoro non mi permetteva più di sostenermi. Come procede la vita con tuo padre? Spero che di tanto in tanto tu senta la mia mancanza, anche se non ci conosciamo, anche se hai scelto di cancellarmi dalla tua memoria. Hai tutto il diritto di odiarmi, e, ti dirò, neanche mi interessa davvero. Voglio solo raccontarti di me,  e provare, per quanto possibile, a darti una spiegazione per le mie scelte. So di aver commesso molti errori, di essere venuta meno ai miei doveri di madre, ma resti una parte di me, ed è un dato di fatto a cui non puoi sfuggire. Non ci vediamo da anni, da quando quella mattina del 1969 ho lasciato te e tuo padre per inseguire la mia felicità. So che forse non me lo perdonerai mai, ma credimi, ti avrei fatto più male se fossi rimasta. Tuo padre mi ha spedito delle fotografie, ma non mi racconta molto, pensa sia meglio che io ti stia lontana. D’altronde ho scelto io di andarmene. Anch’io, come te, sono cresciuta con genitori separati. Sono figlia unica, nata da un matrimonio fallito, ma che mi ha permesso sin da piccola di fare i conti con me stessa, con i miei desideri  e le mie inadeguatezze.
Mio padre faceva l’attore. Fin da ragazzo coltivava la passione per il teatro e non ha mai provato a fare altro, se non a recitare. Per racimolare soldi aiutava suo zio nell’attività commerciale, ma, appena poteva, scappava a teatro, dove frequentava una compagnia. Inquieto e intelligente,sembrava nato per recitare e la gente lo seguiva con affetto, specie quando ha iniziato a muovere i primi passi. Conobbe mia madre, si sposarono dopo poco, ma i problemi non tardarono ad arrivare. Papà non c’era mai, viaggiava per intere settimane, e quando tornava  era sempre impegnato con le prove. Eppure, fu quel capriccio per il teatro che fece innamorare mia madre,  che lo faceva apparire ai suoi occhi diverso. Ma si sa, la gente cresce e spesso soffoca la passione, rinnegando il gioco e il divertimento. Così è successo anche ai miei genitori. A ventisei anni mia madre, già incinta, ha cacciato mio padre di casa, accusandolo di essere un perdente senza futuro. Mia madre era un’insegnante e viveva solo per la scuola. Una donna precisa, organizzata, che ha sentito il marito allontanarsi giorno dopo giorno, senza poter far nulla per evitarlo. Credo nutrisse del risentimento per mio padre, che aveva preferito recitare, anziché concentrarsi su una possibile vita da marito e da padre. Non mi è stato mai impedito di frequentarlo, anche se lui non c’era mai e passava a prendermi tra una tournèe e l’altra. Veniva spesso a Parigi, e quando ci vedevamo mi raccontava dei vicoli, dei bistrots, dei viali alberati, della Senna che scorre placida e di Montmartre che brulicava di musicisti e pittori. La sua compagnia si esibiva sempre in strada facendo pagare il biglietto solo ai più ricchi. “Recitiamo per passione” diceva.  Poi una sera è stato notato da un produttore. Quest’ultimo gli propose di lavorare con lui e lo scritturò per una serie di spettacoli. In poco tempo il pubblico francese cominciò ad apprezzarlo e a seguirlo regolarmente. Gli impegni di lavoro si facevano sempre più pressanti e così  si trasferì a Parigi, diradando sempre di più le sue rimpatriate. Io lo seguivo con attenzione, in fondo gelosa della vita che conduceva, ammaliata da tutta quell’avventura, che però aveva allontanato un padre da una figlia. Non gliene facevo una colpa, lo amavo per quello che era, e più crescevo più ritrovavo in lui un amico. Ho iniziato a recitare anch’io per gioco e, forse, per sentirmi più vicina al suo mondo. Quando ho compiuto diciotto anni mi ha proposto di partire con lui, e, nonostante lo scetticismo di mia madre, ho accettato. Ho trascorso un mese intero con mio padre, assistendo alle prove, facendogli da balia, da amica, da consigliera, ma mai da figlia. Sarà stato lui a rendermi così incostante, così libera.  Che posso farci se ho deciso di fare anch’io l’attrice? Dopo quel mese con papà ho iniziato a frequentare corsi e a studiare mimica, recitazione e storia del teatro. Ho riscosso un discreto successo. Sono entrata in contatto con i titolari dei maggiori teatri francesi e con le più famose compagnie teatrali, e così ho intrapreso una carriera più o meno stabile. Ho iniziato a viaggiare, ad esibirmi nelle più grandi città d’Europa e di ritorno a Parigi una sera ho conosciuto tuo padre in un caffè. Serviva ai tavoli ed era l’unico italiano con cui avessi avuto il piacere di chiacchierare dopo mesi. Tra di noi è nata subito una grande complicità, nonostante i miei impegni e le mie fughe quasi quotidiane. Mi voleva bene, mi incoraggiava, sperando fosse solo un capriccio, una passione destinata ad esaurirsi con la crescita. Ho compiuto trent’anni in un baleno. Mi sono sposata e ho messo al mondo una figlia, ma senza mai smettere di salire su un palcoscenico. Poi tuo padre si è stufato, ha iniziato a pretendere una moglie per lui e una madre per te: la solita storia. Non sto dando la colpa a tuo nonno per le mie assenze, ma senz’altro, la sua grande, forse unica passione, ha travolto anche me. Quando ho deciso di lasciare l’Italia ci ho pensato bene. Sapevo che la Francia mi avrebbe offerto possibilità che nel “Bel Paese” avrei soltanto sognato. E io non volevo sognare per il resto dei miei giorni. Abito da sola in un piccolo appartamento nel centro di Parigi, anche se la casa è sempre aperta ad amici e colleghi. Lavoro essenzialmente per il teatro, ma non mancano gli ingaggi per il cinema e la televisione. Dicono che sono brava e mi piace crederci. Devo a Parigi uno dei periodi più lunghi trascorsi con mio padre e una vita che non cambierei con nessuna. Ogni sera dopo le prove passeggio per le strade del quartiere latino da Saint-Germaine-des Près ai Giardini del Lussemburgo e mi perdo nei vicoli stretti, negli odori di una metropoli anticonformista ma snob allo stesso tempo. Mi piace stare qui, lavorare divertendomi, senza mai abbandonare l’entusiasmo.
Ti ho scritto per farti sapere chi è tua madre, chi è la donna che ti ha messo al mondo, e di cui forse avverti la mancanza ogni volta che ti guardi allo specchio, ti scruti e vai oltre l’immagine che si riflette sul vetro. Sappi che qui c’è sempre posto, e che se decidessi di venirmi a trovare ne sarei davvero felice. Magari quest’estate, così potrai visitare la Francia. Credimi è un paese magico. Ti abbraccio.
Tua Elena.
Be Sociable, Share!

    Related posts

    Leave a Comment