Precarietà: tre libri sul tema

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«Il precariato è una questione culturale, una macchia nera che si dipana ed invade tutte le sfere della vita, senza comparti stagni».

La generazione x, la generazione della decadenza, la generazione senza futuro. Sul destino delle persone che oscillano tra i trenta e i quaranta anni ne abbiamo lette di tutti i colori.  Non c’è politico, economista o giornalista addentrato nel tema che non abbia detto la sua. Da più di dieci anni facciamo i conti con una verità: la maggioranza dei giovani non riesce a trovare una stabilità lavorativa. Colpa dei cambiamenti nel mondo del lavoro (il co.co.pro, il job sharing e così via) e della crisi economica che ormai è diventata un alibi. Questa precarietà, di cui si parla a tavola, durante le feste di compleanno e le cene del sabato sera (“ma se potessi scegliere, tu che lavoro faresti?”) ha intaccato la vita, il modo di intenderla, di progettarla, di respirarla. Nella liquidità c’è chi è affogato e chi ha imparato a nuotare reinventandosi. La scrittura – espressione della società e del tempo – non poteva essere dispensata da tutto questo. Si è sviluppata sull’argomento una corrente narrativa postmoderna, tra accenti nichilisti e ironici insieme.

Ricordo tre titoli.

Il  mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria, di Michela Murgia

Nel 2006 ISBN pubblica Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria e consacra Michela Murgia scrittrice. La Murgia aveva iniziato ad aggiornare un blog con post tragicomici sulla sua esperienza in un call center della multinazionale americana Kirby Company. Il blog diventa ben presto un caso editoriale, tanto che dal libro Paolo Virzì trae il film “Tutta la vita davanti”. La protagonista del libro deve a tutti i costi vendere un aspirapolvere, accettando il mobbing dei capi, le assurde tecniche motivazionali, la vacuità dei luoghi e delle persone.  Uno stato di cose ancora reale e tangibile: basta pensare che eserciti di laureati si spremono – con tanto di cuffie e di microfono –  per vendere l’impossibile senza essere retribuiti.

Alice senza niente, di Pietro De Viola

Anche questo nasce come libro on line. Pietro De Viola scrive Alice senza niente e la rete impazzisce. Lo pubblica nel 2011 Terre di Mezzo e il caso editoriale è assicurato. La protagonista del romanzo si chiama Alice, è laureata con il massimo dei voti in Scienze politiche a indirizzo economico e ha già compilato 193 form on line per proporsi alle aziende. Neanche a dirlo: salta da un colloquio all’altro, rinunciando al ristorante, ai libri, ad un’esistenza degna di questo nome. Il suo ragazzo, Riccardo, non sta meglio: insegna chitarra classica a nero e racimola pochi euro. Il finale è una scia di sogni e un mucchio di zannate per il lettore. Chi lo ha letto ha ammesso di averlo divorato e di essersi sentito meno solo. Davvero sconfortante!

La ballata dei precari, di Silvia Lombardo

La quarta di copertina ci avverte: Silvia Lombardo, classe 1978, scrive per dimenticare. Cosa? Presto detto. Nel 2011, dopo un periodo difficile senza lavoro e spinta dal bisogno di riconnettersi con le sue passioni, Silvia scrive La ballata dei precari (Miraggi edizioni). Il libro è una guida graffiante per trentenni sfruttati e depressi: a partire dalla sua esperienza, Silvia sprona i suoi coetanei ad autoprodursi, a non rinunciare alle passioni e ai sogni, facendone un lavoro. In un’intervista che le feci anni fa Silvia mi disse: «il precariato non è solo un fatto di legislazione. Il discorso è più complesso e riguarda qualcosa che nelle alte sfere dirigenziali è andata perduta: l’etica del lavoro. Non so come imprenditori, istituzioni, grandi direttori del personale non si siano resi conto che ammazzare il potere di acquisto di intere generazioni avrebbe affossato l’economia. Questo può lasciare a noi, allora, lo spazio per ripensare i consumi, l’economia (fino ad oggi degli eccessi) e il modello del lavoro. Forse l’autoproduzione può essere davvero una strada. Volevano fare a meno di noi? Proviamo noi a fare a meno di loro». La ballata dei precari è poi diventato un film.

 

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