Primo Maggio, su, coraggio

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C’è stato un tempo che l’ultimo giorno di Aprile faceva caldo. Ero seduta in pizzeria a festeggiare un compleanno. Ricevetti una telefonata sul cellulare da alcuni ragazzi del mio gruppo: domani, primo Maggio, si va a Roma, si va al concertone. Il sole era implacabile, come lo sarebbe stato l’anno dopo. Avevo diciannove anni. Adesso ne ho dodici di più. Ho chiara la percezione delle distanze, della vita che ci è passata dentro, eppure la sensazione è di un’imbarazzante contiguità.

In quella piazza romana, stipata di gente, la mente era leggera. Il domani era un moto dei pensieri, che se andavano in avanti, non si incagliavano in questa stasi. La primavera ce l’avevamo nel cuore, in fondo. Adesso siamo neri di ansie, di fatiche postmoderne. Varie e incatalogabili, tutte diverse, tutte personali. Precarie. C’è chi corre e chi resta indietro. Intorno una prigione di orologi che, nolenti o volenti, rintoccano. Siamo nostalgici quando dovremmo solo vivere.

Mi viene in mente in questo primo Maggio 2014 il ragazzo che ieri verso le 18.30 se ne stava nel vento a sorseggiare un Martini al bar con una sua amica. Diceva di voler baciare la terra. Benediva la precarietà. “Meglio precario a vita che disoccupato” diceva.

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