Qualcosa di vero

torre - annunziata
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Volevo scrivere qualcosa di vero. Allora mi sono chiesta che significasse per me, a cosa mi facesse pensare. Ho pensato alla mia famiglia, alle espressioni perplesse e divertite di mia sorella davanti a certe affermazioni, alla risata di Marco, a quei tre, quattro, cinque amici che mi regalano emozioni, crescita, risate, discussioni, bellezza. Ho pensato al caffè, ai pan di stelle, alla tazza nuova con sopra un gufo e a quella con sopra i Beatles: eccole le spinte concrete ad alzarmi dal letto la mattina prima di affrontare il trauma della ressa in circumvesuviana, lo smog, le troppe macchine, mentre la mente vola verso lande solitarie, un bel campeggio sul mare, il rumore delle onde e il cinguettio degli uccellini.

Niente a che vedere col caos che mi circonda, nel quale mi immergo pure con un sorriso, cercando di non dare di matto come è nel mio carattere, tenendo a bada la rabbia e i sentimenti negativi. Penso ai miei libri (decine e decine, cartacei e digitali, hanno scacciato la noia quando ero una ragazzina pigra e incline alla noia, finché ho scoperto il potere dell’ironia da adolescente e tutto è cambiato).

Penso alla quantità di parole dette, ascoltate, rifiutate, assorbite, evitate.

Penso ai sorrisi sinceri, a quanto siano rivoluzionari, impertinenti, troppo spesso invidiati, osteggiati, mal visti.

Penso che non bisogna nascondersi.

Penso che bisogna combattere le paure, anche se è difficile.

Penso alla meraviglia di esistere, di stare bene, anche se non è proprio tutto rose e fiori. Penso al tempo che passa, ai miei desideri. Penso agli occhi di mia nipote così belli e vivaci, al potere della fantasia, al gusto della pizza napoletana il venerdì sera, inconfondibile segno che sta per giungere il fine settimana. Penso all’insostituibile massaggio alla testa della parrucchiera sotto casa, alla carica della doppia colazione prima di salire in ufficio.

Penso al profumo dei fiori, degli alberi in certi viali che contro ogni aspettativa entra nelle narici.

Penso alla voglia irrefrenabile di sparigliare le carte delle ovvietà, al benessere che infondono gli incontri giusti.

Penso alla poesia, che è meglio viverla che comporla, anche perché non ne sono capace, sebbene un tempo pensassi di sì. Ma era un’altra storia. Adesso preferisco stare zitta, osservare. Al massimo scattare una fotografia. E posso scrivere in prosa, a patto di avere qualcosa da dire, come adesso. Almeno credo.

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