Quella volta che ti ho incontrata in libreria

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Ci siamo incrociati in libreria davanti agli scaffali dedicati ai narratori il cui cognome inizia con la W.

Io cercavo Infinitive Jest di Wallace mentre tu stavi impalata già da un quarto d’ora a leggere il diario di Virginia Woolf. Così messa facevi da muro, e per quanto allungassi il collo, non riuscivo a scorgere il volume.

«Scusa», ti ho chiesto «potresti spostarti un attimo, per favore?». In un secondo sei riemersa dal libro con la faccia di una che non ha la più pallida idea di dove si trovi. Hai stornato gli occhi da destra a sinistra e poi li hai puntati su di me. C’ho visto un’ombra di delusione, la stessa di chi torna da un viaggio contro voglia.

«Prego» hai detto, e ti sei scostata con un balzo laterale. In mano stringevi ancora il libro e col dito tenevi il segno all’ultima pagina che eri riuscita a leggere. Ti sei morsa il labbro inferiore: avevi tutta l’aria di voler continuare a curiosare. Mentre io scartabellavo i titoli, ti ho vista trattenere il respiro per rituffarti nel quartiere di Bloomsbury a Londra, primi anni del Novecento. Ho sorriso ma non te ne sei accorta. Ed ho pensato che mi sarebbe piaciuto offrirti una birra e chiederti come si sta tra le pagine la domenica pomeriggio, quando il corso è una viavai di carrozzine, di coppie che si tengono per mano e ragazzini che si passano un pallone. Come si sta in un tempo senza tempo, esclusivo per quelli che sognano. Ma non ti ho chiesto niente e ti ho lasciata appesa ad un mondo d’inchiostro, di quelli che ricerco anch’io a sera quando, solo con la mia gatta, mi infilo una t-shirt e sgrullo piano la cenere dalla sigaretta.

Quando mi sono avvicinato alla cassa per pagare e la commessa mi ha domandato se avevo bisogno di una confezione regalo, mi sono voltato nella tua direzione.

Avevi mollato la Woolf: il volume giaceva sghembo e fuori posto sulla mensola, ormai distante. Avanzavi a passetti lungo gli scaffali e ci ficcavi dentro la faccia, quasi stessi cercando, tra un libro e l’altro, un ago, o un oggetto piccolissimo. Toccavi i testi, sfogliavi le pagine, gettavi un’occhiata alle quarte di copertina.

Ho riso nuovamente di te. Alla commessa ho risposto che sì, avevo proprio bisogno di un pacchetto, ma era una bugia. Stavo tergiversando.

In meno di cinque minuti il pacchetto era bello e pronto.

«Sono venticinque euro. Ha la carta più?».

Ho specificato che non avevo nessuna carta e ho pagato.

La commessa ha sfilato le banconote da sotto le mie dita. Lei digitava alla cassa lo scontrino e io mi imponevo di smetterla di fissarti: di sguardi e di culi interessanti ne avrei trovati a iosa. Anche perché a me le tipe intellettuali non sono mai piaciute.

Fuori dalla libreria, fermo sull’uscio, mi sono grattato in testa. E se fossi tornato dentro per offrirtela quella birra? Avrei potuto toglierti i libri da mano e dirti «Di Virginia Woolf non so granché, ma potrei parlarti di Simenon, di Sciascia e di Wallace. Ti andrebbe una birra?» Il solo pensiero, però, mi ha fatto sentire ridicolo e sono andato via con la domanda incagliata alla punta della lingua.

Per strada ho incontrato Grazia. Indossava una gonna inguinale e, mentre parlavo, mi guardava dritta negli occhi. Annuiva con la testa pencolante a destra e si mordeva le labbra per l’impazienza. Non voleva sentire storie, lei. Cosi le ho offerto la tua birra.

A casa per me non esistevi già più. Non esistevano i tuoi occhi, le dita affusolate, l’aria distratta, il caschetto castano. Esisteva il ricordo di un’impressione, L’impressione che quando eri intenta a leggere potevi ignorare, senza accorgertene, l’inseguirsi dei minuti, e scivolare sulle lettere verso una dimensione inaccessibile. L’avevo capito subito che serbavi un segreto. Nelle statistiche campeggeresti tra i lettori forti. Bella storia, senz’altro. Per il resto non c’era ragione di indugiare ancora sulla tua immagine già inquinata dalle fantasie, di sbarrare gli occhi per tentare di ricostruire i colori e le pieghe della gonna che indossavi, o di isolarmi da una conversazione telefonica per ripensare alla decisione dei tuoi movimenti.

Ho messo su Almost blu, un pezzo di Chet Baker, e Bambina, la gatta ha teso per un attimo le orecchie dal suo cantuccio. Poi è tornata a stiracchiarsi con l’aria di una reginetta pretenziosa. Bambina reclamava attenzioni: ha sempre snobbato le tipe che negli anni ho invitato prima a cena e poi nella mia camera da letto. E non dico invitato per pudore. No, io le donne le ho sempre invitate, anche sotto le coperte.

Mi è venuta fame e ho improvvisato una cena: una bistecca ai ferri e un’insalata.

Bambina mi leccava il polpaccio destro: sperava le porgessi un pezzetto di carne.

Il cellulare ha vibrato. Avevo il boccone in bocca e ho masticato in fretta. Si può affogare anche così, vero?

Mi sono alzato, ma era solo un messaggio.

«Domani ti rivedo?»

Grazia.

Mi sono grattato in testa e ho storto la bocca alla ricerca di una frase distaccata ma non offensiva. Non l’ho trovata e sono tornato a mangiare. Dopo un bicchiere di vino (erano passati dieci minuti) e una boccata di fumo, le ho risposto «se vuoi…». Lei mi ha inviato un altro messaggio. Nel testo c’era uno smile più un augurio di una «dolce notte». Grazia non sapeva che non sarei andato a dormire prima di tre, quattro ore.

Ho aperto la finestra in cucina e ho guardato fuori. La luna era un occhio giallo sulle case, sui tetti, sui balconi, e anche su di me che a lei, fin da bambino, avevo rivolto pensieri segreti.

Quando ho smesso di contemplare la luna, il cellulare ha vibrato di nuovo. Una, due, tre vibrazioni. Non era solo un messaggio. Mia sorella mi stava telefonando.

«Pronto?»

«Ehilà!»

Carlotta viveva a Belle-ìle, a largo della costa bretone, con Louis, un ex pittore parigino, e Marie, la loro figlia. Almeno una volta alla settimana mi telefonava. Non so se per un senso di dovere o perché ne aveva voglia. Mi parlava di lentezza, di progetti, di quadri. Qualche volta sentivo soltanto.

«Ma a te piace Virginia Woolf?» l’ho interrotta.

Lei si è messa a ridere. Era sorpresa della domanda: si intuiva dalla leggera esitazione della voce. Senza chiedermi ragioni, mi ha detto che preferiva di gran lunga Irène Némirovsky e Katherine Mansfield.

«E anche le mie amiche, qui, leggono di più Marguerite Duras e Anais Nin».

«Ah» le ho detto, e basta.

Deve avermi preso per pazzo. Non mi sono mai interessato ai suoi gusti di lettura.

L’ho salutata con la promessa che d’estate sarei andato a trovarla.

«Ci conto, petit» e poi ha attaccato.

Il giorno dopo sono uscito da casa prima del solito. Ho comprato il quotidiano, ho ordinato un caffè e mi sono seduto al tavolino del bar Delizia a dieci passi dal mio ufficio. Politica, cronaca, economia e sport. Compulsavo le pagine neanche cercassi una notizia in particolare. Poi l’occhio mi è caduto su una recensione che titolava “La scrittrice suicida ritorna in libreria con i diari di una vita tra lettura e scrittura”.

Ho alzato la testa con uno scatto: volevo, dovevo, rivederti.

Alle 18.00, dopo il lavoro, sono tornato nella libreria del centro. Sono entrato col passo di uno che è tremendamente in ritardo. Ho attraversato con un balzo le porte scorrevoli e sono tornato davanti agli scaffali, davanti ai libri di Wallace e della Woolf. Ho stornato velocemente gli occhi da un punto all’altro della sala, ma niente, non c’eri. Di te neanche l’ombra. Ho occhieggiato fra i testi per vedere se quello che avevi sistemato fuori posto era ancora là.

«Ha bisogno di aiuto?» mi ha interrotto una commessa.

«Ha mica notato un libro di Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, fuori posto?» ho osato mentre mi guardavo ancora intorno.

Poi mi sono voltato verso di lei alle mie spalle. La commessa non ha risposto subito. Mi ha fissato interdetta.

«Può darsi, ma non me lo ricordo. In ogni caso quando notiamo un libro fuori posto lo sistemiamo. Ma perché?»

Cosa potevo dirle? Che avevo visto una tipa carina assorta nel diario di Virginia Woolf e che siccome mi tornava di continuo in testa la sua espressione serafica avevo pensato di fare un salto a vedere se di lei ci fosse ancora una traccia?

«No, niente» ho risposto, «È che l’ho messo fuori posto con la speranza di ritrovarlo esattamente dove l’avevo sistemato. Sa, là per là non avevo contanti».

La commessa ha annuito. Era chiaro che mi considerava fuori di testa.

«Comunque la ringrazio» le ho detto, e sono andato via grattandomi la testa come la sera prima.

 

 

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    5 thoughts on “Quella volta che ti ho incontrata in libreria

    1. E semplicemente fantastico incontrarsi e mancarsi, così per caso, e continuare ad avere la sensazione addosso di occhi che avremmo voluto conoscere e che mai più rivedremo. VIVA L’EMOZIONE

      1. Marina Bisogno

        Già, anche se ci pensiamo bene è triste pensare che solo nel mancarsi ci sia l’ebbrezza

    2. mavie

      Potrei dirti che sono io, quella che leggeva i Diari – stesso caschetto, stessa curiosità per la Woolf, stessa mania di lasciare i libri fuori posto e di cercarci dentro uno spillo perduto. Ma ci saremmo mancati lo stesso, per un soffio, ci mancheremmo lo stesso, fino a quando arriverà il coraggio di incontrarsi, di guardarsi, di chiedersi.

      1. Marina Bisogno

        A volte si preferisce mancarsi e sognare, e non necessariamente per codardìa. Grazie del commento

      2. Marina Bisogno

        Pensi sia solo una questione di coraggio?

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