Questa è la vita, gente. Di non fiction e aperture editoriali

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È l’era della non fiction, anche in Italia. Il cosiddetto nuovo giornalismo e la creative non fiction in America sono espressioni letterarie già dagli anni Sessanta. Il Belpaese, amante dei polizieschi e dei noir, si sta finalmente aprendo alla verità spiattellata sulla pagina, web o di carta. Le case editrici azzardano di più, sia con gli autori nostrani che con quelli stranieri, dove la scommessa pare meno ardita. Così eccoci entusiasti di qualcosa che non è etichettabile come romanzo. Solo nell’ultimo mese ho letto (e in qualche caso scritto) di almeno tre testi di autofiction, una branca bistrattatissima della non fiction.

Partiamo dai tipi di Caravan che hanno puntato su un testo insolito. Parlo di “Scritto sulla terra”, racconto autobiografico di Mauro Libertella. Mauro, figlio di un famoso scrittore di Buenos Aires, Héctor, ripercorre il rapporto con quel genitore turbolento e, senza paura di dire “io”, ritrova se stesso, scrivendo. Una scelta editoriale insolita, dicevo. E a sentire Mauro Maraschi, della redazione, pare proprio che prima di darlo alle stampe, in casa editrice ci abbiano pensato a lungo. Ma ci torniamo su, più in là. Ha detto sì all’autofiction anche la Giunti che qualche mese fa ha proposto “Via Ripetta 155”, il memoir di Clara Sereni, scrittrice, che sul finire degli anni Sessanta si è trasferita nel cuore della capitale. Di quegli anni incredibili e cruciali ci racconta senza remore (qui la mia intervista all’autrice su Satisfiction), rivelando una parte importante della sua vita. Scommessa delle scommesse è “Quello che hai amato”, raccolta di undici storie vere scritte da undici scrittrici under 40, compresa Violetta Bellocchio, curatrice del libro. La Bellocchio, che della non fiction, e in particolare dell’autofiction, può dirsi grande sostenitrice, tanto da aver creato il primo collettivo letterario sul genere, “Abbiamo le prove”, ha chiamato a raccolta dieci autrici e ha chiesto loro di scrivere quello che amano, senza mentire. A pubblicare il testo è la Utet. La mia recensione è qui. Fa continuamente autofiction anche un’altra scrittrice nostrana, amata o criticata. È Veronica Tomassini, che con i suoi reportage giornalistici creativi e la narrazione delle sue storie personali, attira l’attenzione di diversi lettori, già da qualche anno.

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E a proposito di autofiction e giornalismo creativo, un altro evento editoriale avvalora la sensazione che tra gli scaffali sia in corso una piccola rivoluzione. Il Saggiatore ha pubblicato “The white album”, raccolta di articoli e di riflessioni di Joan Didion, giornalista e scrittrice americana di fama mondiale, che si è affermata proprio per il suo modo di raccontare i fatti. Fino ad oggi la casa editrice che l’ha proposta in Italia con maggiore lena aveva preferito i suoi testi narrativi (uno per tutti “Prendila così”, ne ho scritto qui). Oggi, sull’onda dell’interesse italiano per l’autrice, Il Saggiatore ci regala questa chicca di giornalismo insolito e bellissimo, targato America, anni Sessanta. Tra le righe non mancano aneddoti e rivelazioni personali.

Comunque, niente di nuovo. Negli anni Ottanta, inconsapevoli di tante etichette, abbiamo amato l’opera di non fiction più celebrata. Mi riferisco a “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”, storia vera di Christiane Vera Felscherinow, e il recente sequel “La mia seconda vita”.

Oggi, nell’epoca dei social, della scrittura immediata e del visual, è solo un fatto di apertura. Ma, se è vero che ogni storia merita di essere raccontata (qualcuno asserisce il contrario, lo so bene), lo stile conta ancora di più. Perché scrittore è chi scrive bene. Chi ha una voce, che sia leggiadra, tagliente o irritante. Se la pensate come me, ecco una lista, pubblicata su Rivista Studio, dei libri di non fiction che meriterebbero di essere letti (qui)

 

 

 

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