Scrittrici americane: la politica di Dorothy Parker e di Grace Paley

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Dorothy Parker e Grace Paley sono due scrittrici americane che consiglio. Non è la prima volta che scrivo di Dorothy Parker, la redattrice arguta che è stata tra le prime penne del New Yorker negli anni Venti, divertendo i lettori per i suoi bozzetti spietati sulla società bene americana. L’occasione per riparlarne ce la offre Astoria, casa editrice milanese che ha da poco pubblicato “Dal diario di una signora di New York”(traduzione di Chiara Libero), una raccolta di undici racconti dai toni caustici e provocatori. I protagonisti sono donne e uomini presi da impegni mondani, crucci fintamente esistenziali, chiacchiere da salotto e pregiudizi. Però, attenzione: questi scritti non sono soltanto intrattenimento. Rappresentano una visione del mondo, delle persone e mantengono una linea politica precisa. Si ride per non piangere, ma con stile. Altrettanto politici, taglienti e sardonici i racconti di Grace Paley, nata in America quando Dot era nel pieno della sua carriera. Tra le raccolte disponibili in Italia “Più tardi nel pomeriggio”, “Enormi cambiamenti all’ultimo momento” e “Piccoli contrattempi del vivere”, pubblicati da Einaudi. In tutta la sua esistenza Grace Paley ha scritto 370 pagine, eppure questo non ha impedito a Philip Roth di elogiarla per la particolarità della sua voce.

Dorothy Parker

Dot, come la chiamavano gli amici, era una donnina elegante. Vogue si è accorta di lei nel 1914, quando scriveva poesie. Approda poi a Vanity Fair in veste di critica teatrale. Ben presto, la sua trasparenza, i suoi giudizi la rendono invisa ai più e alla fine viene licenziata. In segno di solidarietà, due giornalisti, amici suoi, (Robert Benchley e Robert Sherwood) si dimettono. I tre, protagonisti del dibattito culturale dell’epoca presso l’Algonquin Hotel, approdano al New Yorker, fondato nel 1925 da Harold Ross. Quella di Dot è stata una carriere luminosa. Di contro, un’esistenza piena di sofferenze: pativa la depressione e la solitudine, prezzo della sua lingua tagliente e del suo senso dell’umorismo. È morta nel 1967, da sola. Ha lasciato i diritti delle sue opere alla Martin Luther King Foundation.

Grace Paley

Se la lingua di Dot è estesa, quella di Grace è un lampo, telegrafica, tanto che in molti l’hanno paragonata a Carver. Ha iniziato a pubblicare racconti alla fine degli anni Cinquanta, tra una lezione al Sarah Lawrence College ed una manifestazione per i diritti delle donne, dei neri o contro la guerra in Vietnam. In un’intervista alla rivista Paris Review, ha raccontato che ha sempre scritto, sebbene ignorasse che sarebbe diventata una tra le autrici più ammirate e lette in America. In Italia la conoscono in pochi, lo scrittore Paolo Cognetti, dalle pagine del suo blog, la esalta e la propone ai lettori con frequenza. Nei suoi racconti compare spesso un personaggio, Faith Darwin. Faith è una donna graffiante eppure sensibile. Attenta a quel che le accade intorno, ha con la sua famiglia di origine una rapporto conflittuale, ma franco. I critici sono d’accordo nel dire che Faith è l’alter ego dell’autrice. I temi che Grace predilige sono diversi da quelli di Dot. Niente salotti, piuttosto sobborghi, treni, violenza, ipocrisia, famiglia. Grace Paley è fulminante, ve lo assicuro. Si è sposata due volte ed ha avuto due figli. Ha preso a scrivere racconti durante un periodo di riposo, che l’ha rilegata in casa, e non ha più smesso. Ragionando sul perché, ha detto che la miccia della scrittura sta sempre in un’esplosione emotiva, in un sentimento deciso, che sia rabbia, amore, odio. È morta di cancro nel 2007. In una delle sue ultime interviste ha detto: «Vorrei un mondo senza militarismo, senza razzismo e avidità, dove le donne non devono combattere per il loro posto nel mondo».

 

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