Scrivere di Napoli

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Napoli mi ha cresciuta. Ci sono sbarcata con l’espressione smarrita. Ce l’avevo scritto in fronte: la provinciale è appena giunta in città. Fino ad allora la terza metropoli italiana era stata solo una parola, un discorso, una notizia degli anni Novanta alla tivù. La ricordavo per certe mattine nella villa comunale ad attendere con mio padre che mia madre uscisse dall’ufficio. Tutt’altro scenario, tutt’altri colori a guardarla. A vent’anni è stata una rivelazione. Napoli mi accoglieva nella sua pancia, tra corsi di storia del diritto e filosofia, passeggiate nei decumani, pomeriggi a chiacchierare rimirando il monastero di S. Chiara da un muretto. Respiravo l’aria e ne sento adesso l’odore. Non era di mare, ma di fiori, di giorni diuturni. Stagione dopo stagione l’ho amata o detestata a seconda degli umori, degli avvenimenti. Un amico me la mostrò una sera, neanche fosse sua: eccola qua, luccicante, che si srotola giù da questa collina fino al mare. Si ostinava a rivelarmela, mi avrebbe prestato gli occhi, se avesse potuto. La notte se ne andava, intanto. Finché Napoli l’ho vista affondare, deturpata da mucchi di spazzatura. Era sotto scacco. La luce che filtra attraverso i palazzi e ricrea chiaroscuri occasionali dentro e fuori dai vicoli, le rampe, le piazze, i pub e l’onda dei flash privati non potevano nulla contro quello scempio. Piansi di rabbia a primavera, e Vecchioni cantava Luci a S. Siro a piazza Dante. Poi sei risalita dal fondo, Napoli. Hai ripreso a brillare, stella nel cielo delle bellezze lampanti. Ti devo giorni felici, scenari impareggiabili. Mi hai visto piangere disperata, ridere a crepapelle, innamorarmi, lavorare, desiderare di mandare tutto all’aria, diventare quella che sono, con questi trent’anni nelle mani e nelle tasche.

Napoli l’ho contemplata per ore. Ho lasciato andare gli occhi sopra i palazzi, sui tetti, più in là dei balconi ricoperti di gerani. Cercavo il suo segreto, l’armonia oltre il caos proverbiale, contro le chiacchiere. Ho consumato le suole per le vie: correre, respirare, esitare. Incontrare me stessa e dunque gli altri. Ti ho pure rinnegata, Napoli. Ho immaginato tante volte di lasciarti, di stare da un’altra parte. Eppure non ho mai detto di non amarti, di non sentirmi figlia tua in ogni cellula, attraverso ogni nota. Accadevi di giorno. Accadevi di notte, nei bar, nei bicchieri di sangria, nei capelli impiastricciati di sale e di vento. Avevo ventiquattro anni e tu mi avevi. Esercitavi il tuo fascino. E finisce che certe volte devo scrivere di te, di com’eri, di come sei, come si fa con un amore. Come si fa con un sentimento difficile da spiegare, ma che c’è, scalpita e che in qualche modo deve venir fuori.

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    4 thoughts on “Scrivere di Napoli

    1. orietta forte

      Bellissimo

      1. Marina Bisogno

        Grazie, Orietta. Vi abbraccio

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