Se fossi bambina piangerei

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Se fossi bambina – o adolescente – squillerebbe il telefono e mia madre correrebbe a rispondere prima a mia nonna materna e poi a quella paterna, entrambe ansiose di sapere sana e salva la mia famiglia appena rientrata dopo tre settimane di vacanza.

Oggi sono io a rincasare. I bagagli sono ancora nell’ingresso e trattengo la cornetta tra la guancia e l’incavo della spalla mentre rassicuro i miei.  Rieccoci nella vita, con i nostri ruoli sulle spalle.

Poi il telefono tace. E tace anche questa casa di provincia nella penombra di un primo pomeriggio agostano. L’attraverso. Entro ed esco dalle stanze come a voler ripristinare il contatto con un ambiente di per sé preciso ma che percepisco liquido. Nella mia camera, sul letto, il pigiama è ripiegato dalla mattina della partenza e sulla scrivania un piego di libri annuncia l’ennesimo volume omaggio da leggere. Lo specchio mi riflette bruna, forse ingrassata, ma non me ne curo, non adesso almeno.

La casa riconquista spazio nei pensieri e presto lo farà nelle abitudini. Già, la casa che è tassello di questo mosaico ai piedi del Vesuvio. Non avevo fretta di rientrare né nostalgia delle pareti che mi hanno cresciuta pur rinnegandole, pur desiderando ogni giorno di abbandonarle.

Se fossi bambina piangerei dalla voglia di scappare, dal desiderio di tornare al mare, ai suoi ritmi lenti e profondi. Si, piangerei e affogherei nella malinconia per le mattine di Luglio in Calabria e la noia di un Agosto in città scompagnata, solo con un libro e mia sorella. Ma sono adulta e il tempo mi ha armata contro questi languori.

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