Sole ad est

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Io e Aniela Mazur siamo amiche da un pomeriggio che pioveva. Aniela notò che non avevo l’ombrello e si offrì di accompagnarmi alla macchina.

«Dai, dai, corri sotto».

Corsi.

L’ombrello ci proteggeva a stento dai goccioloni. Ci bagnammo e ridemmo come matte.

Lei mi aveva intravista un mucchio di volte, e io lo stesso. Lavorava nel bar sotto il mio ufficio.

Un giorno andai a salutarla durante la pausa pranzo.Lei ne fu entusiasta. Uscì fuori cinque minuti, il tempo di una sigaretta. Io pure fumavo, avevo preso il vizio da un paio di anni. Mi chiese che facevo, perché a detta sua avevo l’espressione seriosa. Lavoravo nell’area assistenza di un’impresa di telecomunicazioni. Sedevo ad una scrivania, rispondevo alle telefonate dei clienti e alle loro domande. Un mucchio di sgarbati, in fin dei conti. Aniela intese: lo sapeva che la gente sfoga la frustrazione alla prima occasione buona. E non c’è niente di meglio che affliggere una telefonista. Per lei, comunque, ero fortunata: non lucidavo tazzine e bicchieri e non mi si screpolavano le mani.

Domandai ad Aniela da dove veniva.

«Varsavia. Vengo da Varsavia».

Stava in città da sette anni. E le piaceva, solo che certe sere si riaccendeva la nostalgia di casa.

In ufficio, al p.c., decisi che Aniela Mazur era simpatica. La invitai ad uscire il sabato pomeriggio per un caffè. Tergiversò: del caffè le era passata la voglia a furia di prepararne, ma uno spritz l’avrebbe bevuto volentieri.

«Vada per lo spritz» dissi.

Con Aniela mi divertivo. Qualche volta le sfuggiva il senso dell’ironia e la prendevo in giro. Lavorava dodici ore di seguito, in piedi. La sera accendeva lo stereo e ascoltava Bjork. Oppure mi telefonava.

«Claudia, sono stanca. Hai cenato?».

Se le dicevo no, mi invitava da lei. Ma io rifiutavo perché abitava distante.

Per tutta risposta, insisteva. Voleva farmi assaggiare il bigos.

Aniela aveva avuto un passato da punk girl. Ridacchiava al sol pensiero: la ciocca verde acido tra i capelli paglierini, gli occhi mavì carichi di ombretto lamé e i fuseaux neri abbinati agli anfibi.

«Ero una ribelle. Mica come adesso» osservava.

Non so perché, ma me la figuravo bene: segaligna e gioiosa in mezzo alla folla, alle note, agli albori dei Novanta, dentro e fuori i palazzi-caserma del comunismo.A Varsavia ci è cresciuta. Studiava e lavorava, come la maggior parte dei suoi coetanei.  Faceva la cameriera al Nora, un pub nella città antica.Raccontava spesso di un italiano.

Una sera stava seduto da solo ad un tavolo. Si mimetizzava tra gli astanti.

Aniela gli si avvicinò per prendere l’ordinazione e lui le intimò di sedersi.

Lei indugiò un secondo stupita. Poi fu diretta.

«Non posso».

Quello si alzò e se ne andò. Aniela pensò che era un buffone e si spostò verso un altro tavolo. Bede, il barista, credeva che Aniela ne avesse combinata una delle sue: una sgarberia, per esempio. E invece, no, non aveva fatto proprio nulla, se non rifiutare di sedersi accanto ad un cliente, per di più estraneo, durante il lavoro.

Bede sorrise.«È che tu gli uomini li streghi».

Aniela gesticolò quasi a dire certo, come no. Poi si mise a trottare su e giù per le due sale del pub, tra le ordinazioni, le birre e i piatti. Sceglieva anche la musica. Bede e il proprietario non erano aggiornati. Il loro repertorio contemplava Czesław Niemen e qualche cantautore locale. Invece Aniela amava il rock inglese e americano, pure il punk e la musica elettronica. Alle tre di notte, incerati i tavoli e i pavimenti, Aniela salutò Bede. Voleva andare a dormire, e svegliarsi in un altro posto, con un sacco di soldi e un marito affettuoso. Non ebbe modo di rimuginarci su a lungo. Fuori, di fronte al locale, appoggiato ad una Passat, c’era il tizio che l’aveva invitata a prendere posto. Fumava e guardava dritto verso di lei. La stava aspettando e non le staccava gli occhi di dosso.

Lei rimase impalata. Finché lui le fece segno di raggiungerlo. Aniela attraversò la strada. Lui spense la sigaretta, salì in macchina e accese lo stereo. Aniela riconobbe “A questiono of lust” dei Depeche Mode. Trascorsero il resto della notte a bere birra e vodka. Il ragazzo si chiamava Armando. Era partito per Varsavia anni addietro. Rincorreva una ragazza conosciuta al mare che, alla fin fine, di lui non voleva saperne. Armando aveva notato Aniela dalla vetrata del locale, un pomeriggio, mentre sistemava i menù sui tavoli. Alla rivelazione, lei rise d’imbarazzo. Albeggiava. Armando la baciò e le toccò il seno. Lei lo lasciò fare.

Rientrarono alle sette. Aniela avrebbe dormito tutto il giorno, e alle sei del pomeriggio, dopo una doccia, sarebbe tornata a lavoro.

Il giorno e la notte avevano confini relativi, il che impediva ad Aniela di concentrarsi sullo studio. Era iscritta a Biologia, ma era indietro con gli esami. I genitori non avevano i soldi per pagare tutte le tasse, così si era messa a lavorare al Nora. Stava ipotizzando di mollare per non sprecare i risparmi, visto che di studiare non le riusciva già da un anno. Si sa, chi è povero non ha scelta.

Armando la corteggiava. L’aspettava fuori dal Nora di notte, e la portava in giro, pure fino al Volga. Fecero l’amore una volta, e molte altre. Aniela si innamorò di Armando, della sua pazienza e della sua presenza. Era il suo custode: saltava fuori dall’ombra per assisterla, per risolverle i guai. Per amarla. Sono stati insieme cinque mesi, finché Armando è morto in un incidente d’auto. Fu un assedio di dolore: troppo poco tempo fianco al fianco, troppo breve la vita. Poi Aniela è partita, destinazione Italia. Sola, senza un indirizzo in tasca, ha cercato un impiego, uno qualsiasi, purché onesto. Lustrare stoviglie e mescere caffè agli impiegati non la esaltava, ma non si è sottratta.

Ascoltavo Aniela Mazur raccontare. Improvvisava facce buffe per smarcarsi da colpi di testa e fotogrammi personali. Si interrompeva e chiedeva di me. Secondo lei bofonchiavo per il superfluo. Non cercavo di difendermi. Le spiegai che da quando il mio ragazzo mi aveva lasciata su due piedi un pomeriggio di giugno, vivevo sola con un canarino di nome Berto. E che lavoravo da tre anni, anche se il mio lavoro non mi entusiasmava.

Con gli occhi gai, Aniela mi dava consigli.

«Tesoro per l’amor del cielo, fa’ quel che ti dà gioia».

Allora le chiesi se soffriva per aver lasciato l’università. No: constatava che aveva il cuore sereno e non rimestava il passato.

Mi imbarazzava la sua letizia.

Io mi annoiavo. Mi annoiava svegliarmi ogni mattina alla stessa ora, incrociare gli stessi occhi, scrutare gli stessi visi. Familiarizzare con le situazioni e finire a detestarle.

Per Aniela non c’era niente di male a familiarizzare. Anche lei lo aveva fatto, e sospirava di sollievo, anche se guadagnava quattro soldi e divideva l’appartamento con due moldave. Le bastava essersi lasciata indietro la faccia di Armando, il palpito che sveglia nella notte o in mezzo alla folla, d’un tratto.

Si divertiva con lo shopping. Il sabato mattina, quando il bar era chiuso, gironzolava per i negozi. Sceglieva abitini corti o jeans a sigaretta da abbinare a una t-shirt bianca. Certe volte la seguivo, mi dava consigli modaioli. La città era una viavai di persone attirate dalle vetrine, dal profumo di sfogliate e babà. Aniela si sorprendeva della quantità di persone in ogni interstizio: sbucavano pure dai vicoli per ritrovare il sole. Io anche ci facevo caso, anzi mi infastidivo. Avrei gradito più silenzio, ma non sempre riusciamo a scegliere i luoghi che abitiamo. Non saprei neanche dire se Aniela avesse scelto di starci là in mezzo. Era scappata, e scappare non è scegliere. Ad ogni modo per lei non aveva nessuna importanza questo ragionamento. Viveva di riti e di consuetudini, al contrario del passato. Per esempio: ci teneva che la mattina prima di salire in ufficio, passassi al bar, da lei.

«Vienimi a trovare» diceva, e esitava sulla v e sulla t, pronunciate a denti stretti.

Mi preparava il caffè.

Là, con me, le stesse facce. Si avvicendavano al bancone, con lo scontrino in mano. Aniela sorrideva e porgeva a tutti un bicchiere d’acqua. Aveva imparato che nessuno, o quasi, beve il caffè senza un sorso di minerale. Alcuni uomini le rivolgevano parole suadenti, la invitavano ad uscire, anche. Mi è capitato di assistere a qualche avance. Una volta, un uomo si è sfilato la fede dal dito prima di entrare. Sogghignai senza farmi notare. Non credevo ai miei occhi. Aniela non ringalluzziva. Ma cercava la sua stella, questo sì.

La mia collega mi criticava. Secondo lei sbagliavo a legarmi ad una polacca. Asseriva che le polacche sono vampire, in cerca di soldi e di un marito. Sapeva di uomini che avevano lasciato le mogli ed erano scappati con le immigrate. Io non commentavo. Immaginavo mariti infelici, smaniosi di una carezza. Immaginavo rose appassite, donne scariche, sentimenti perduti.

Chiesi ad Aniela come sopportava quegli assedi. Io avevo il vomito solo a guardarli i signori panciuti o lampadati, stretti stretti in una giacca, che cercavano di tirare nel loro microcosmo una ragazza. Lei era una delle tante. Il diversivo alla solita segretaria. Era la barista straniera che sognavano di spupazzarsi.

Aniela se ne fregava, di loro e delle mie osservazioni. Aveva avuto la sua vita, e poi non più.

Contava andare oltre, andare avanti.

Si rallegrava per il sole e per la musica, e le bastava.

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    2 thoughts on “Sole ad est

    1. Marco

      Davvero ben scritto. Gli argomenti messi così diventano interessanti.

      1. Marina Bisogno

        Grazie, marc. Ma si può fare di meglio.

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