Specchi d’acqua

Specchi d’acqua
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Venezia, in primavera, risplende di luce. L’acqua scorre placida nei canali e i raggi del sole illuminano i ponti e gli scorci dei vicoli. La bellezza della città che dorme sull’acqua ti riempie il cuore. Ti aggiri per le strade come un cacciatore di teste, inquieto, sperando di rivederlo, di incontralo di nuovo, così, per caso, com’è successo ieri. A quest’ora sono tutti a casa per cena, i traghetti continuano a correre lungo la laguna, riportano i veneziani a casa. Non hai più l’età per lavorare, ma ti piace passeggiare, ti aiuta a pensare, a elaborare immagini… a scrivere. Sei un rabdomante di volti, di espressioni carpite per caso, cerchi i tuoi personaggi tra la gente comune, fra i passanti inconsapevoli. Lui ti ha folgorato. Vi siete incrociati per caso. Camminavate entrambi a testa bassa, stavate per scontrarvi, quando un riflesso improvviso vi ha fatto sollevare il capo. Ti ha guardato intensamente, con lo spavento di chi sta per imbattersi in qualcuno o in qualcosa. Gli occhi negli occhi. Occhi neri di fuoco, tizzoni accesi come  fiamma viva di una caverna.  Un ragazzo alto, longilineo, i capelli scuri come gli occhi, avvolto nel suo cappotto nero, il bavero alzato per nascondere il viso. Avrà avuto all’incirca ventisei anni ed era identico a Daniel. Poi ha proseguito, lasciandoti incantato, in silenzio. Ti sono informato, si chiama Julian e si è trasferito da poco a Venezia. Per te non è difficile avere informazioni, in città ti conoscono tutti, e qualche ristoratore con la lingua lunga ti ha raccontato di quel ragazzo di madre scozzese, tornato a Venezia dal padre. Vuoi scrivere dei suoi occhi, della vita, delle emozioni che li pervadono. Sei un amante della bellezza, della poesia, dell’armonia delle forme.

Lo cerchi per giorni, ma non lo trovi, finché, una mattina, lo vedi dietro la vetrina di un bar. Siede ad un tavolo e fuma una sigaretta, è in compagnia di una ragazza. Si muove disinvolto e lei lo ascolta con interesse. Vorresti entrare e presentarti. Vorresti saper dipingere, per ritrarlo in questo preciso momento. Non puoi evitare di guardarlo, sembra di cera. Ti decidI ad entrare. Il bar è semideserto, Julian si volta verso di te. Credi ti abbia riconosciuto. Possibile che esista un ragazzo identico a tuo figlio? Con una scusa ti avvicini e gli chiedi una sigaretta, anche se non fumi. «Lei è veneziano?» ti domanda inaspettatamente «Si, nato e cresciuto a Venezia. Perché me lo chiede?» «Allora saprà dirci come mai questa città è così malinconica». Sorridi. Non hai una risposta, ma inventi. Gli dici che è colpa della laguna, dei ponti, dei vicoli stretti senza luce, dell’umidità che consuma le pareti e ti entra nelle ossa. Accetti la sigaretta, lui te l’accende e ti avvii al bancone per bere un amaro. Lo guardi di nascosto, agita le mani, segue le immagini che la mente gli suggerisce. Chiacchiera e la ragazza che gli siede di fronte non ha occhi che per lui. I gesti, le espressioni di questo ragazzo restituiscono il tempo rubato a Daniel, alla sua bellezza, alla sua giovinezza, dieci anni fa. Finisci l’amaro e vai a casa.

Carlotta sta preparando la zuppa. Ti togli la giacca e ti metti comodo per mangiare. Non puoi raccontarle di Julian, anche se ti piacerebbe. Non vorresti si mettesse sulle sue tracce e gli raccontasse di Daniel, dell’incidente e tutto il resto. Mangi e fai finta di nulla.  Su uno scaffale della libreria ci sono le foto di Daniel, tua moglie ti ha impedito di toglierle. Le guardi anche adesso, mentre fumi la tua pipa, dopo cena. Che Julian sia un angelo? che sia Daniel ritornato sulla Terra per chissà quale disegno divino? Sciocchezze, sono idiozie di un povero vecchio padre. La finestra è aperta, ti affacci per schiarire le idee. Da lì puoi vedere la stradina che separa il tuo palazzo dalle sponde della laguna e ascoltare le voci dei passanti, puoi sentire gli echi rimbalzare sui muri dei vicoli, prima di  disperdersi nell’aria. A quest’ora è difficile che passi qualcuno, regna un silenzio assoluto. Improvvisamente lo rivedi, illuminato dalla luce fioca di un lampione, abbracciato alla ragazza che era con lui al bar. Sorride, allarga le braccia e la ragazza fa finta di andar via. Julian inizia a ridere «Sei simpatica quando fingi di lasciarmi» le dice. Lei sbuffa, ma ritorna indietro, lo bacia, gli dice che deve tornare a casa e che preferirebbe percorrere l’ultimo tratto di strada da sola. «Come desideri, ma chère» e ride di nuovo. Lei si allontana, si volta un attimo, ma il ragazzo sta già guardando da un’altra parte. Si avvicina alla sponda del canale e ammira la città illuminata. Il vento gli scompiglia i capelli. Non un sibilo dalla laguna, segno che la primavera è esplosa. Julian non si muove, resta a fissare l’acqua, come se stesse attendendo qualcosa. La malinconia della città lo invade, il faro di Murano crea un gioco di specchi visibile anche dalla bocca del porto del Lido. Le luci giungono ad intermittenza, fasci abbacinanti che abbracciano le case, i ponti, la gente. Girano e vanno via, poi ritornano, per guidare il tragitto delle navi e dei vaporetti. Anche Julian si lascia guidare.«Che cos’hai da guardare alla finestra?»  chiede Carlotta, «No, niente, guardo le luci» «Le luci? Me se sono sempre le stesse da trent’anni». Non le rispondi. Come fai a spiegarle che stasera la luce è accecante e attraversa i corpi diafani? Come fai a dirle che guardi un ragazzo affogare, anche se scruta il mare dalla riva del porto?

Quando Daniel è affogato, nessuno era alla finestra a tenerlo d’occhio, nessuno ha visto o sentito nulla. L’acqua gelida di dicembre l’ha ingoiato, portandosi via anche la tua pace. Allora hai cominciato a scrivere. La scrittura ti ha aiutato ad esorcizzare il dolore, a ricostruire i fatti, a guarire.

Julian si siede sulla banchina e continua a fissare il mare. Non distoglie lo sguardo, resta immobile, cullato dal suono delle onde leggere che lentamente iniziano ad alzarsi. Il fischio della sirena di un vaporetto rompe il silenzio. Non resisti, scendi in strada. Corri per le scale, ma quando arrivi giù, non c’è più nessuno. Ti guardi intorno. Possibile che se ne sia andato?  Ti avvicini al molo, rivolgi lo sguardo verso il mare. Un cappotto nero galleggia a pelo d’acqua. Solo un cappotto, come un velo. Uno sciabordio di sottofondo…

 

(Pubblicato in “Quinto colore racconta l’Italia, Opposto.net, 2011)

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