Storia di un bambino e della sua mamma

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La stazione è la solita accolita di pendolari: chi va, chi viene, chi corre per salire al volo su un treno puntuale a giorni alterni. L’odore dei cornetti dalla Boulangerie italiana si mischia a quello dei libri nella Feltrinelli. Fermo gli occhi sulle vetrine e su chi ci sta dietro. Penso ai libri che leggerei al momento se non dovessi correre in ufficio. Penso che potrei almeno affondare i denti in un cornetto al burro ancora caldo (ah, che consolazione), ma poi mi trattengo. Mi ripeto il diktat, refrain di stagione, letto su qualche giornale femminile: ricorda, la cellulite si combatte da dentro. Così stronco il sogno goloso e proseguo. Supero Calzedonia, Desigual, e dei vestiti e dei costumi porto con me il colore. Ne avrò bisogno quando avrò voglia di sbarcare su un’isola deserta dove il ritmo dei giorni è più clemente e non c’è nessuna battaglia da combattere a parte quella con la natura. Quindi mi figuro la calma, lo stato che anelo per scrivere pagine e pagine di storie lontane dalle ambientazioni urbane o di paese. La stessa calma che quando per caso si materializza, alla fine, mette in fuga tutte le mie parole e lascia intangibili le idee.

Abbandono queste sciocchezze personali e vado per la mia strada. Noto una testa riccioluta davanti a me. È un bambino. A occhio e croce non avrà più di sei anni. Indossa un paio di bermuda blu e una t-shirt bianca con una stampa di Paperino. Gioca a fare il funambolo sulla linea che separa una schiera di mattonelle della pavimentazione da un’altra. D’un tratto torna indietro trasaltando. Afferra la mano di una ragazza-un metro e sessanta, jeans, capelli ricci raccolti in una coda- e la chiama mamma.

«Mamma, ma adesso viene Natale?» le chiede.

Lei sorride, e sorrido pure io che rallento il passo per origliare in preda alla mia abituale sete di storie.

La ragazza dice al piccolo che Natale è passato e che per il prossimo ci vorrà del tempo.

Il bimbo si imbroncia.

La madre lo consola.

«Non ti preoccupare ché il tempo vola.  L’estate passerà in fretta e sarà di nuovo Natale».

Gli chiede perché desideri così tanto che sia Natale.

«Mamma, voglio la PSI playstation e vorrei scrivere una lettera a Babbo Natale per dirglielo.

Io e lei-la madre sconosciuta mia coetanea- ridiamo. Ridiamo insieme anche se non ci siamo mai viste, anche se quasi certamente non ci rivedremo mai più. Anche se le nostre vite non si assomigliano nemmeno un poco. Ridiamo sincroniche di un modo di vedere che ci incanta e forse ci manca.

«Va bene. Scrivi a Babbo Natale ma non so se potrà regalarti la PSI. Dipenderà se avrò un lavoro o meno» dice lei.

«Perché se tu non lavorerai Babbo Natale non potrà farmi contento?».

«Eh, no».

Il piccolo rimette il broncio.

Poi ci riflette su e replica: « Nemmeno se lavorerà papà?»

«Vedremo, dai.».

Il bambino incassa la risposta e già spera, con gli occhi bassi, che con Gesù bambino germogli un albero grande, capace di fare da tetto al dono ambito in largo anticipo.

«Allora, mamma, sai che ti dico? Io spero proprio che lavori»

«Si, speriamo che lavoro».

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