Sushmita Banerjee: se denunciare significa morire

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Sushmita Banerjee, scrittrice indiana nota per il memoir sulla fuga dall’Afghanistan, è stata uccisa a colpi di pistola, fuori casa sua, a Kharana, nella provincia di Paktika.  La polizia ha riferito che i militanti talebani sono arrivati, hanno legato suo marito, un afghano, e le hanno sparato. Poi gli attivisti hanno abbandonato il corpo davanti ad una scuola religiosa. La causa del turpe gesto risiederebbe nel fatto che la donna, di recente ritornata in Afghanistan, lavorava da tempo ad un reportage sulla condizione delle donne del luogo.  Sushmita, meglio conosciuta come Sayed Kamala, aveva già cavalcato l’onda di Bollywood nel 2003. Il suo memoir, diventato ben presto un bestseller, è sbarcato, infatti, nelle sale cinematografiche indiane.  Al centro della pellicola, la sua fuga da una società che relega la donna negli angoli e la priva della sua stessa vita. Niente istruzione, niente vita pubblica, niente di niente. La denuncia civile architettata dalla povera autrice ha sollevato una vera e propria ritorsione, sfociata nell’omicidio.

«Sushmita era vivace, esuberante e coraggiosa» hanno detto i suoi amici su The Hindu dello scorso 06 settembre.

«Ci aveva raccontato che stava subendo minacce di morte dai militanti» confessa uno. E un altro: «Aveva scritto molte cose sgradite ai talebani ed col ritorno in città, si era presa troppi rischi».

Questa notizia, triste come quella di qualsiasi altro omicidio, colpisce per le sfumature sessiste. Confesso che il sentimento dominante è lo sconcerto.

Le mie fonti:

 BBC NEWS INDIA

 

 

 

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