Tenere un diario: la scrittura come antistress

tenere-un-diario - blogger
PrintFriendly and PDF

In principio c’era Bridget Jones, la trentenne più imbranata degli anni Novanta, nata dalla penna di Helen Fielding. E c’era quel suo diario, viatico per un’esistenza spumeggiante e memorandum per gli errori (sbronze, figuracce, cotte) da non ripetere più. Non è un caso che Brigette metta a ferro e a fuoco le sue giornate scrivendo. Lo dicono tutti gli esperti: se cerchi la felicità, ma non sai ancora dove si nasconda, devi tenere un diario. Che si tratti del classico taccuino con tanto di lucchetto o di un file nascosto in una cartella del portatile, nulla cambia. Certo, scrivere a mano allunga il tempo tra il pensiero e l’azione. Star là a cincischiare con la biro tra le dita ha i suoi effetti benefici. Ma se preferite scandire il ritmo digitando sulla tastiera, non dovete sentirvi esclusi da questo discorso. L’importante è mettere nero su bianco le emozioni, le arrabbiature e scrollarsi di dosso una giornata non proprio da leone. Tenere un diario contribuisce, a poco a poco, a vincere i disturbi dell’umore, le nevrosi, le nostalgie. Ricordare, imprimere quel che non ci piace, andare oltre, programmare attività nuove e sondare nuove prospettive, vergando frasi, dà alla mente e quindi al corpo enormi benefici.

Migliorare la percezione di noi

Il grande Fabrizio De André in un’intervista disse che scrivere l’aveva salvato dallo psicologo. Con questo non stiamo assicurando a tutti la stessa medicina per l’anima. Stiamo solo sostenendo che riesaminare le proprie esperienze ci permette di migliorare la percezione di noi e di superare diverse barriere emotive. Conoscete il diktat di Alfred Korzybski “la mappa non è il territorio, non esiste esperienza oggettiva”? Bene, scrivere contribuisce a farci considerare altri punti di vista e di osservazione, come suggeriva il professor Keating ne “L’attimo fuggente”. Questo esperimento non è solo per le donne, sebbene il nostro immaginario tenda ad assimilare in toto emozioni e universo femminile. Ce lo insegna anche il mondo della letteratura. Citiamo ad esempio “Le mille luci di New York” di Jay McInerney, romanzo singolarissimo, in seconda persona, che racconta le giornate di un uomo nella Grande Mela, tra alti e bassi, dopo il divorzio dalla moglie. A mettersi a nudo è un tizio, ironico ma abbastanza sfigato, a dimostrazione che comunicazione diaristica e uomini non solo universi paralleli, anzi.

E se credete che scrivere abbia in sé qualcosa di rivoluzionario e misterioso, dovete leggere “Il quaderno proibito” di Alba De Cespedes, scrittrice, partigiana e antesignana del femminismo. In questo romanzo l’autrice mette in relazione una donna comune (sposa e madre impeccabile ma insoddisfatta) con l’atto di scrivere. Le parole, i fogli, l’onda dei sogni, delle aspettative tradite e delle delusioni si fanno scandalo, segreto indicibile. Tuttavia è proprio questo segreto, questo momento personalissimo, ad essere ancora oggi, nel mondo iperconnesso e globale, il miglior antistress. Succede anche alla voce narrante di “Sembrava una felicità”, l’ultimo romanzo di Jenny Offill ed eletto libro dell’anno dal New York Times Book Review. A metà tra un memoir e un diario, propone tra sarcasmo e tragicità le giornate di una donna che voleva diventare un mostro dell’arte, senza sposarsi ed avere figli. Citando Ovidio, Coleridge, Kafka, Darwin e tanti altri ricostruisce con proposizioni secche («Per anni ho tenuto un post-it sopra la mia scrivania: “Pensa al lavoro non all’amore”. Sembrava una felicità più consistente») la storia sfilacciata di una coppia e l’amarezza di una donna che vorrebbe essere altro da sé. Scrivendo si ricorda chi era e cosa sognava.

Se non siete persuasi che scrivere fa bene, non vi resta che recuperare carta e penna e iniziare a comporre.

 

Be Sociable, Share!

    Related posts

    Leave a Comment