Tornare a casa per Natale

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Tornare a casa per Natale: un rito che si aspetta tutto l’anno, un appuntamento con il tempo e la parte più segreta di te, contenta o sofferente che sia. Tornare a casa può voler dire un sacco di cose: viaggiare verso il paese natio, rivedere qualche amico, stringersi a qualcuno, anche se non si ha voglia di festeggiare. Per me vuol dire poltrire, rimpiangere ancora una volta di non aver organizzato un viaggio (che so, Normandia?) e fingere di ascoltare la nonna che si ostina a darmi della piccolina, senza capire che sono una donna bella e fatta. Piacere, mi chiamo Paola. Lavoro per una delle riviste del gruppo editoriale più influente del globo, lontana chilometri da genitori e compagnia cantante. Vi state chiedendo se ho un compagno? Ce l’avevo, ma l’ho mollato dopo un mese che mi aspettava tutte le sere con le mani conserte, pregando che si materializzasse la cena sul tavolo in cucina. Dolore, recriminazioni e poi avanti, ognuno nella sua esistenza.

Il mio ufficio è al diciannovesimo piano, professione: redattrice. Cultura, costume, vizi e virtù di una società strampalata, ma ancora capace di cavare dal cilindro un buon libro, un buon film, anche se si tratta di intrattenimento puro.

Salgo le scale del palazzo dei miei, frugo nella borsa per pescare le chiavi giuste e apro la porta. L’albero addobbato è al solito posto, sotto già qualche pacchetto. Sul tavolo, il consueto biglietto: bentornata a casa. Va bene, penso. Va bene. Mi lascio dietro i ritmi assurdi, il fracasso dei clacson, la dittatura delle corse della metropolitana. Non che disprezzi il tutto, o almeno non ogni santo giorno. L’ho voluto, l’ho cercato. La svogliatezza e l’invadenza di questo posto le ho detestate, ma è Natale e sventolo bandiera bianca. Vengo in pace, brutta gente. Rientrare, fermarsi e smettere di lamentarsi fa bene a me e a che mi aspetta per un anno o giù di lì.

Chiamo Miranda, la mia migliore amica. Ha messo su un’agenzia pubblicitaria per le medie e piccole imprese.

-Ehilà, dice.

-Ehilà, sono a casa, dico.

-Prendo l’auto e vengo subito, dice.

So per esperienza che non giungerà prima di trenta minuti. Resto sospesa ancora un poco nello spazio della mia vita precedente, della mia infanzia neanche così lontana. I colori, gli odori, le parole sono immutati. La loro continuità è imbarazzante, eppure confortante, adesso. Mi cerco nei particolari, nelle sfumature, sul divano dove ho saltato fino allo sfinimento, nelle tende, nella libreria, nelle fotografie con la cornice argentata, sul comò.

Che vuol dire Natale se non tornare, se non rinascere?

Mi è mancata Miranda. L’ho contatta per giorni e non mi rispondeva. Lei e quell’ingombrante lavoro. Sfugge anche a sua madre che da quando ha divorziato dal marito, oscilla tra l’iperattività e lo sconforto. Miranda sminuisce la questione.

-Le passerà, dice.

Per lei tornare vuol dire prendersi cura della signora, fingere con suo padre che no, non ce l’ha con lui e stringere la mano alla giovinetta che ha fatto irruzione nella camera matrimoniale dei suoi con un paio di autoreggenti. Per me significa starmene qua, in silenzio, in mezzo alle cose e ai segreti.

Tiro fuori il portatile dallo zaino. Scarico le email.

Eccone una di Emiliano.

Cara Paola,

ti spedisco questa fotografia. È una spiaggia della Sicilia, nel siracusano. Bellissimo, meglio che d’estate.

Ci vediamo a Capodanno.

Buon Natale

Emiliano è un creativo, un giramondo, un ragazzo libero. Per lui tornare è il senso stesso del viaggio, l’altra faccia del mettersi a caccia di meraviglie. Mica come me che me ne sto barricata per ore in ufficio a piantonare la scrivania? Miranda non lo tollera, sostiene che è difficile confrontarcisi.

-È cocciuto, in fondo. Ha le sue idee e non ascolta le argomentazioni degli altri. Non so come fai a essergli amica.

Balle. Per me è un ragazzo originale e mi piace averlo nella mia vita. Gli danno i tormenti solo perché non ha bisogno di una giacca per sentirsi migliore e se ne frega della carriera.

Accendo le luci sull’albero. Scintillano ad intermittenza. Sono dorate, illuminano i mobili, lo stereo e me.

Miranda citofona.

-Scendi?, chiede.

-Sali un attimo, dico.

Lascio la porta socchiusa. Lei fa il suo ingresso. Mi saluta e prende a imprecare. Ce l’ha con la pioggia, con gli automobilisti scostumati, i clienti che la tormentano a due giorni da Natale perché pretendono più visibilità.

-Signorina, adesso il motto è apparire, si lamentano a turno.

La solita canzone, la solita corsa al niente.

-Adesso respira e lasciati alle spalle questo delirio, dico.

Miranda sospira e scivola sul divano, senza togliersi il cappotto nero di panno, intabarrata nella sciarpa verde.

-Sai che ci vorrebbe adesso?, chiede.

-Un’apparizione dall’Aldilà che ci tranquillizzasse sul senso della vita? Per la serie: il Paradiso esiste, fate festa?

– Pensavo ad un tè, veramente.

Sorrido e vado in cucina. Miranda combatte l’ansia a sorsi di tè e tisane. Non come me che sgranocchio patatine in busta davanti al pc e ingrasso, giorno dopo giorno.

Guardo fuori dalla finestra. Piove forte. Miranda detesta la pioggia.

Verso il tè nelle tazze e ne porgo una a Miranda. Lei beve e pare più rilassata.

Le squilla il telefono.

-Pronto?, chiede mentre soffia sul tè bollente.

-Corri, ho dimenticato le chiavi.

È Adriano, suo marito, e sta fuori casa.

-Aspetta, tra dieci minuti sono là, garantisce Miranda.

Si alza e si scusa. Deve proprio scappare. L’abbraccio e l’accompagno alla porta.

Resto da sola. Ne approfitto per rispondere ad Emiliano.

Em.,

il mare da quelle parti leva il fiato. Abbasso quest’umidità, questa pioggia e questa nebbiolina fastidiosa.

Buon Natale.

Baci,

Paola

Sarei stata più onesta se gli avessi scritto che mi manca e che il Natale a tratti mi incupisce.

Ma faccio finta di niente. Sto qua e spero che almeno quest’anno la barzelletta di mio cugino faccia ridere.

 

 

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