Un anno e un nido tra i libri

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La dico alla Cesarina Vighy (“L’ultima estate, Fazi): ho fatto il mio nido tra i libri. Questo che se n’è andato è stato un anno di letture. Non è che gli altri siano stati diversi, ma nel 2014 ho letto il triplo e in alcuni casi ho preferito leggere che scrivere.  Ho scritto centinaia di post (per lavoro e non), tre racconti, ma soprattutto ho cercato storie, Storie belle, che mi tirassero su il morale, che fossero scritte bene. Nel bel mezzo del caos emotivo, le parole mi hanno curato e tenuto compagnia.

Ecco i dieci libri, tra fiction e non fiction, che nel 2014 mi hanno regalato un’emozione in più.

Sei come sei di Melania Mazzucco, Einaudi
Eva, undicenne introversa e appassionata di scrittura, scappa da casa per ritrovare suo padre. È figlia di una coppia omosessuale. Christian, brillante ricercatore universitario e donatore del gamete, muore in un incidente. I nonni di Eva si rifiutano di lasciarla con Giose, ex rock star e creativo da strapazzo, e così gliela portano via, dimostrando in tribunale che quel tipo è un poco di buono. Ma Eva non accetta questa condizione e corre via, alla ricerca di se stessa. Il libro mi conquista per la delicatezza dell’argomento, per la maestria dell’autrice di trattarlo, per la scrittura fine, essenziale e poetica. Bello!

Viviane Élisabeth Fauville di Julia Deck, Adelphi
Le atmosfere sono noir, anche se il romanzo non è relegabile nella letteratura di genere. È piuttosto un’opera dagli echi psicologici che afferra il lettore (anche grazie alla scrittura stringata e nervosa) e lo porta a forza nei gorghi dell’anima. Siamo a Parigi. Viviane, la protagonista, ha poco più di quarant’anni, è la responsabile della comunicazione di un’azienda stratosferica ed ha prolungato il congedo di maternità (la bimba ha pochi mesi) per motivi di salute. I  nervi cedono ad attacchi d’ansia, specie da quando Julien, il  marito, ingegnere del Genio civile, bello e ricco, l’ha lasciata per la sua giovane sostituta. Viviane paga un analista, ma lo maledice, perché anziché zittire i suoi lemuri, li stuzzica. Fino a quando Viviane impugna un coltello e lo ammazza. Quello che verrà dopo è la ricostruzione, già leggendaria, della fragilità di una donna che cammina su e giù, stralunata, per la ville lumière.

Il commesso di Bernard Malamud, Minimum Fax
Pubblicato per la prima volta nel 1957 con il titolo “The assistant”, ha assicurato all’autore, 45 anni,  il National Book Award. C’è un droghiere ebreo, Morris Bober. Gli affari gli vanno male perché di fronte alla sua bottega un tedesco ha aperto un negozio più spazioso e sfolgorante. Il droghiere va in crisi, insabbiandosi in una situazione incresciosa. Finché Morris conosce Frank Apine, un ragazzo sulla trentina, di origine italiana, senza credenziali, libero, che gli risolleva le sorti del negozio e la vita. Morris, sempre dignitoso nella miseria e nella difficoltà, si affeziona al commesso. Per Frank Alpine –  che ha una filosofia: non diventare qualcuno, ma lasciar fiorire e respirare la personalità – non c’è nulla di impossibile. La scrittura epigrafica, le battute veloci e strabilianti, le descrizioni originali concorrono a fare di questo classico un gioiello.

Breve come un sospiro di Anne Philipe, E/O
Anne, filosofa e scrittrice, era la moglie di Gérard Philipe, famoso attore negli anni Cinquanta. I due conoscono la felicità: si amano, si divertono, giocano, curano la loro famiglia. Poi l’incubo: Gérard si ammala di tumore e muore a 37 anni. Il libro è un manifesto della passione, dell’intesa perfetta. A distanza di anni dal lutto, Anne, ancora inconsolabile ma più lucida, reinterpreta i fatti, si interroga sul senso di tutta la felicità che lei e il marito avevano tra le mani. “Eri il più bel legame con la vita” scrive ad un certo punto. Una vita che Anne ha dovuto imparare a riapprezzare.

Come un fratello di Stéphanie Polack, Edizioni Clichy
Stéphanie – osannata in Francia, scrittura lacerante, fredda, laconica – rievoca la storia di suo zio, Jacques Fesch, un ragazzo di ventiquattro anni, dandy ricalcitrante in rotta con la bella vita, che finisce sulla ghigliottina a 27 anni nel 1957.  Jacques, dopo aver litigato con i suoi, organizza una rapina: vuole solcare i mari con una barca. Ma la rapina va male e nel fuggifuggi uccide un uomo e ne ferisce due. Fesch viene braccato, immobilizzato e arrestato. A difenderlo è Paul Baudet, avvocato famoso per aver salvato la testa di Pauline Dubuisson, omicida del marito, e per l’implacabilità delle sue arringhe. Fesch – che non ha una smorfia di pentimento – resta in carcere tre anni. La stampa si interessa al caso. I giornalisti raccontano di un giovane dissoluto, viziato, uguale a molti dei suoi coetanei, giovani perbene, che per una profonda, segreta, macchia sociale si ritrovano in galera. Toglie il fiato.

Andromeda Heights di Banana Yoshimoto, Feltrinelli
Come si lenisce il senso della solitudine? A Shizukuishi, la protagonista del romanzo, per sentirsi meglio basta curare le piante, e ascoltarle, parlarci, come faceva sua nonna, prima che la lasciasse da sola, davanti al suo destino. Un destino che la conduce a lavorare presso la casa di Kaede, un sensitivo omosessuale. Questi prenderà la ragazza sotto la sua ala protettiva. Le mostrerà l’ansia di prevedere gli eventi e da lei imparerà il potere della vegetazione. La sintonia con le piante infonde forza ed energia negli esseri umani. Chi di loro saprà interpretare i messaggi delle foglie e dei rami sarà meno vulnerabile e triste. La romanziera del Sol Levante apre la strada alla ricerca del senso dell’esistenza attraverso i pensieri e le insicurezze di una piccola donna, cresciuta a contatto con i prati e le montagne e che ben presto si ritrova nel ciclone della vita.

Christiane deve morire di Veronica Tomassini, Gaffi editore
Siamo in Sicilia, a Siracusa. C’è la redazione di un giornale, e una ragazza di trent’anni, sensibile, romantica, la cui percezione delle cose è stata influenzata dal best seller “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. Di cognome fa Varrani e per tutti è la redaktora. Il marito l’ha abbandonata da un giorno all’altro. Lei si getta a capofitto nel lavoro per sfuggire ad un assedio emotivo di odori e parole sussurrate. Segue le vicende di un campo rom, ma se a lei interessano i risvolti sociali, al suo capo tutt’altro. La incita a scovare qualcosa di eclatante, qualcosa che possa risvegliare la curiosità di un pubblico abituato ai furti di bestie da cortile e alla violenza, oltre che allo sport. La Varrani non troverà niente di sensazionale: solo mondi scomodi, non luoghi e stati d’animo. Con uno stile che è ormai un marchio, Tomassini si ispira ancora una volta a fatti che direte semplici, ma che ammetterete, solo in cuor vostro, di avere tralasciato senza un preciso motivo.

Tigre di carta di Olivier Rolin, Edizioni Clichy
Nel 2003 “Tigre di Carta”, romanzo choc per veridicità e sofisticatezza, arriva finalista al Goncourt: per Le Monde è il più importante romanzo sul Maggio francese, o più semplicemente il più importante degli ultimi anni. L’autore è Olivier Rolin, ex capo del ramo militare Nouvelle resistance populaire, giornalista per Libération e Le Nouvel Observateur e ad oggi uno dei migliori scrittori d’oltralpe viventi. Il narratore si affida ad un personaggio senza nome e gli dà del tu. Attraverso i suoi occhi e i suoi ricordi, in giro per Parigi, rievoca un tempo lontano, dove tutto era politica e impegno. Il contrasto tra il passato e il presente vivacizza la narrazione: di quei rivoluzionari resta ben poco. Ci sono uomini e donne rassegnati e banali, anche se ciascuno resterà agli occhi degli altri quel che era, nonostante il tempo e i cambiamenti, pubblici e privati. Al di là del periodo storico che racconta, questo romanzo è un capolavoro di stile.

La mia seconda vita di Christiane F., Rizzoli
Christiane Vera Felscherinow torna a parlare di sé dopo il clamore suscitato da “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”, bestseller degli anni Ottanta sulla dipendenza da droghe pesanti degli adolescenti berlinesi. Chi non ha letto quel romanzo, esemplare di non fiction? Ha impressionato centinaia dei trentenni di oggi. Neanche a dirlo: riecco quella scrittura scabra, necessaria, quella voce, quella vita che in qualche modo ci è appartenuta. È il 2010 quando Sonja Vukovic, giornalista attratta dalle personalità estreme, si chiede che fine abbia fatto Christiane. La cerca, e la trova. Vive a Berlino e va a bussare alla sua porta. Christiane non la riceve subito, Sonja non insiste e la sua discrezione la premia. Sarà Christiane a ricercarla. Sonja e Christiane – occhi color prato, capelli mogano, bella sebbene malata di epatite – si incontrano in un Caffè. Christiane racconta gli ultimi trent’anni (gli incontri con le rock star e i guru del cinema europeo, i viaggi in Svizzera, in Grecia e ancora l’eroina, che l’ha soggiogata ancora e ancora).

La Tregua di Mario Benedetti, Nottetempo
È un romanzo superlativo. Siamo agli albori dei Sessanta. Martin Santomé (signore maturo, esperto, posato, quarantanove anni, senza gravi acciacchi, ottimo stipendio) tiene un diario. Mancano pochi mesi al pensionamento: la prospettiva di giorni oziosi e l’età che avanza lo suggestionano. Tra impressioni estemporanee, ricordi e rimpianti, Santomé si chiede se non abbia sprecato tempo prezioso. Il sospetto lo innervosisce, come la pochezza dei suoi capi. Padre di tre figli (due maschi e una femmina), vedovo (sua moglie Isabel è morta anni addietro di parto), ha lavorato come impiegato di commercio, circondandosi di arrivisti capricciosi, persino scellerati, e di ragazzi e ragazze volenterosi, onesti. Diversivi? Qualche amico, sesso occasionale, il diario. Nessuna stella da afferrare, nessun jolly, nessuno shock emotivo. Colpa di un destino beffardo che ha elargito orari prestabiliti, documenti da compilare, e si è portato via l’amore. Finché in ufficio arriva Avellaneda, un’impiegata coetanea di sua figlia. La bellezza incerta ma piena di grazia di Avellaneda rianima Santomé: al diavolo gli inciuci, il direttore stronzo, le sofferenze, le fatiche di crescere i figli. Avellaneda è ossigeno, è un’altra possibilità e il buon Santomé se ne innamora, pian piano, sera dopo sera. Santomé troverà il suo antidoto alla noia di vivere? Alla banalità?

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