Una terribile eredità: intervista a Gordiano Lupi

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Alberto è un ragazzo bello e forte, ed è innamorato di Clara, sua moglie, che è incinta. Alberto e Clara  sono squattrinati, ma felici. Vivono a Cuba dove Castro fa la voce grossa. In Angola scoppia un conflitto e Fidel spedisce i giovani a combattere. «Fatelo per i compagni» li incita. E chi non vuol partire finisce in prigione perché scegliere non è una possibilità contemplabile. Così anche Alberto parte e si ritrova al centro di una guerra civile senza esclusione di colpi. I civili si ammazzano tra di loro issati dai servizi segreti, e i soldati si accorgono ben presto di essere solo le pedine di un piano indefinito, spietato. Le ciliegine di una torta che Cuba e gli Stati Uniti si contendono senza badare a quanti ci lasciano le penne, a quanti a quell’abbuffata non desideravano partecipare.

La guerra d’Angola si rivela un’esperienza spaventosa: la morte piove dal cielo, sfonda la terra. La si tocca e la si beve. Tutto è morte ed è persino più facile evitare di pensarci che sfuggirle. Gli angolani, comprese le prostitute, si vendono al nemico aiutandolo nei suoi progetti di distruzione. I soldati non sanno di chi fidarsi e alla fine finiscono col dimenticare anche la causa che perseguono.  Si confondono con l’alcol, o inseguono un po’ di umanità tra le gambe delle autoctone. «L’unico modo per sentirci ancora vivi» dicono.

Alberto vede i suoi compagni morire e ogni notte, prima di addormentarsi, desidera solo ritornare a casa, a casa dalla sua Clara . Il desiderio, però, non può nulla contro l’ordine di un altro incarico, nel deserto. Sì, nel caldo deserto africano. Alberto parte per la nuova missione. «Se la superi torni a casa» gli avevano garantito.

Ma Alberto e i suoi compagni cadono in un’imboscata. È una strage, una carneficina. Sopravvivono in tre per una casualità. Anche le provviste vanno perdute. Alberto affonda nello sconforto: senza cibo saranno il sole e la fame ad uccidere lui e gli altri superstiti. Qualcuno propone di mangiare la carne delle vittime. Quel suggerimento gela il sangue, eppure è l’unica via di salvezza e Alberto lo sa, lo sa bene. Allora i reduci mangiano la carne dei loro amici e giurano di non raccontarlo mai a nessuno, di portarsi il segreto nella tomba, perché quel gesto feroce di sezionare i cadaveri era l’unica via per tornare a casa, per attraversare quel cazzo di deserto.

Come finisce questa storia struggente non ve lo dico. Il libro si chiama Una terribile eredità (Perdisa Pop) di Gordiano Lupi, editore, scrittore, profondo conoscitore della cultura cubana e primo traduttore in Italia di Yoani Sanchez, blogger e giornalista cubana che ha denunciato le restrizioni del regime castrista. Una terribile eredità è un romanzo d’impatto, che risponde ad esigenze espressive diverse e testimonia un pezzo di storia. Il libro, ben scritto, mi ha incuriosito così tanto che ho fatto a Lupi qualche domanda.

A leggere il libro traspare una sua conoscenza approfondita sia della tragedia di quella guerra che del cannibalismo. Quanto ha studiato prima di mettersi a scrivere?

Non molto. Conosco bene Cuba e ho conosciuto anche una persona che ha combattuto la guerra d’Angola. La prima parte del libro è vita vissuta, reportage, certo, per interposta persona. Ho raccontato – appena appena romanzandola – la vita di un soldato cubano che mi ha narrato le vicende. Sì, poi un minimo di documentazione sull’Angola, sulla guerra civile, sulle tribù, suoi luoghi del conflitto, è stata necessaria. Il cannibalismo, invece, lo conosco dal cinema. Sono un cultore del cannibal movie italiano e dei mondo movies. Ho visto moltissime pellicole di Deodato, Lenzi, Martino e ci ho scritto diversi saggi e articoli. Una volta preparato il terreno, scrivere è stato molto facile, anche perché il succo della storia era contenuto in nuce in un racconto del 2000: Il sapore della carne, uscito nella raccolta Nero tropicale.

Ciò che resta, a fine lettura, è la tragedia di un uomo che non aveva grosse alternative e ha vissuto a forza la guerra. Non le montava un po’ di rabbia scrivendo?

 Il sonno della ragione genera mostri, questo è il succo della storia. Scrivere questo romanzo è stata una necessità soprattutto per esorcizzare una grande delusione, per dire quel che penso della rivoluzione cubana, per comunicare la rabbia che ho provato nel rendermi conto che Cuba non era come pensavo.

Mi ha confessato che Una terribile eredità non ha avuto un’eco significante. Si è mai chiesto perché?

Tutti i romanzi scritti da persone “normali”, che non fanno vita televisiva e non sono famosi per i motivi più disparati, finiscono nel dimenticatoio. È il destino di noi che scriviamo romanzi ma che in realtà non dovremmo farlo. Io comunque l’ho capito. Da un po’ di tempo a questa parte scrivo solo saggistica: almeno ho qualche lettore.

Il suo racconto è narrativa, ma tanto ha del reportage. Trovo i mix espressivi dirompenti se uniti ad una bella scrittura. Che ne pensa?

Approvo e condivido. Ringrazio per il complimento. La sola soddisfazione che mi ha dato questo libro è che i pochi ad averlo letto ne parlano bene.

Quando ha pubblicato il libro, al timone di Perdisa pop c’era Luigi Bernerdi. Che si ricorda del confronto con lui?

Mi ha fatto piacere che mi abbia pubblicato, significa che era convinto del valore del testo. Bernardi non aveva motivo di farmi un regalo. Alla fine, però, hanno avuto ragione gli editori che l’avevano respinto, perché il libro ha venduto un numero modesto di copie. Sa la motivazione più ridicola e ricorrente che davano gli editori che pubblicano le schifezze di Moccia e della Ravera? Ad un autore italiano non si chiede una storia truce, cannibale, horror. Un italiano deve scrivere un romanzo di provincia, magari con protagonista un commissario amante della buona tavola. «Ma mi faccia il piacere!», avrebbe detto Totò.

 

Un flash su Gordiano Lupi

Gordiano Lupi (Piombino, 1960) è direttore editoriale delle Edizioni Il Foglio. Collabora con La Stampa di Torino come traduttore del blog di Yoani Sánchez. Direttore della collana di narrativa latinoamericana Celebres Ineditos di Edizioni Anordest e Pensieri d’Autore (narrativa italiana) di Edizioni Anordest.

Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta (Stampa Alternativa, 2003), La Marina del mio passato (Nonsoloparole, 2003), Vita da jinetera (Il Foglio, 2005), Cuba particular – Sesso all’Avana (Stampa Alternativa, 2007), Adiós Fidel – all’Avana senza un cazzo da fare (A.Car, 2008), Il mio nome è Che Guevara (A.Car, 2009), Mister Hyde all’Avana (Il Foglio, 2009) e Il canto di Natale di Fidel Castro (Il Foglio, 2010).

L’ elenco dei libri che ha scritto e delle trasmissioni a cui ha partecipato è  qui sulla sua pagina on line.

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