Utz: la storia avvincente del collezionista di porcellane

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Se vi piace la letteratura di viaggio non potete ignorare Bruce Chatwin. Un paio di mesi fa mi sono imbattuta in Utz, l’ultimo romanzo dello scrittore inglese. Di suo non avevo mai letto nulla. Ho preso questo libro di 129 pagine pubblicato da Adelphi e ho cominciato a leggerlo.

“Il 7 marzo 1974, un’ora prima dell’alba, nel suo appartamento di via Sirokà che dava sul vecchio cimitero ebraico di Praga, Kaspar Utz morì di un secondo colpo da tempo previsto”.

Mi sono fermata e mi sono detta: ok, lo compro. L’incipit mi ha convinta: scrittura secca e nitida, informazioni precise, gran stile e sullo sfondo Praga, una delle città europee più belle.

La narrazione è un flashback. Sentiamo parlare di Utz da morto, ma ben presto lo conosciamo. È stato un collezionista di porcellane, ha girato il mondo per arricchire la sua collezione, finché è costretto ad escogitare dei piani per mettere in salvo i suoi beni dal comunismo. A raccontare di Utz – le sue ossessioni, le sue fragilità – è il narratore, giunto a Praga per un articolo sull’imperatore Rodolfo II d’Asburgo. Gli riferiscono che nessuno può aiutarlo meglio di Kaspar Utz, collezionista di porcellana di Meissen. Utz farà di tutto per preservare il suo patrimonio in un paese che ha bandito la proprietà privata. Intorno a lui uno stuolo di ammiratori e finti amici, che sfilano davanti agli occhi di chi scrive e racconta, e Marta, la sua fedele collaboratrice.

Chatwin scrive Utz nel 1988, un anno prima di morire di AIDS, dopo un’esistenza di viaggi e di scrittura, eppure non per questo felice. Era giornalista. Collaborava con il Sunday Times Magazine come consulente di arte e architettura. Questo lo aiutò a trovare la sua voce, a temperare le parole, senza mai smettere di visitare luoghi e di intervistare persone. Secondo la scrittrice Susannah Clapp il romanzo è ispirato a fatti reali. Chatwin aveva conosciuto sul serio un collezionista cecoslovacco di porcellana Meissen e pare che questa esperienza gli abbia fornito l’input per scrivere la storia. Attinge a piene mani dalla realtà anche per scrivere In Patagonia. Chatwin è a Parigi per intervistare l’architetto Eileen Gray. Nel suo studio nota una mappa della Patagonia. È stata lei, l’architetto, a dipingerlo. Chatwin ne rimane impressionato. Ha sempre voluto partire per quella terra. L’architetto lo invita a farlo, a mollare gli ormeggi. Il risultato è il cult sulla letteratura di viaggio che tutti conosciamo, almeno per sentito dire.

Chatwin ha mixato concretezza e paradosso, aprendo brecce su città, paesi e persone. Ha vissuto poco, ma intensamente. È un minimalista, ma con brio. Qualcuno ha detto un narratore nato, e mi sa che è proprio così.

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