Veronica Tomassini: «La scrittura pretende solitudine»

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Occhi grandi e neri, capelli mordorè. Il viso – niveo e intenso – anticipa la sua visione del mondo. La stessa che s’annida nei gesti e negli sguardi dei suoi personaggi, tutti periferici, tutti – chi più chi meno – sopravvissuti a un dolore, a una sfortuna, a un destino ineluttabile o semplicemente ai loro giorni pieni di imprevisti e di piccoli grandi mali. «Non cercate la trama nelle cose che scrivo dunque, ho amato Pavese. Sono esercizi di stile, è vita ordinaria» ha scritto sul blog che cura per la sezione culturale de Il Fatto quotidiano.

Lei è Veronica Tomassini, scrittrice e giornalista. Le sue storie le conoscono in tanti. Dopo il successo nel 2010 di “Sangue di cane” (Laurana editore) con cui si è aggiudicata anche il Premio Opera prima Città di Penne, il cognome Tomassini ha assunto le sfumature di un marchio di fabbrica. È uno stile preciso e riconoscibile il suo. Da qualcuno amato, da altri no. Una voce autentica, a volte scostante e mai assoluta, proprio come l’esistenza. Quando non scrive per il quotidiano di Padellaro e di Travaglio, Veronica, d’origine umbra e abruzzese ma trapiantata a Siracusa, aggiorna il suo sito, dove abbozza situazioni, facce, mani a cui – là fuori – quasi nessuno presta attenzione. C’è tutto un mondo che la abita.  Il mondo «delle ambientazioni suburbane, delle storie intestine e periferiche, degli antieroi, degli immigrati, dei vuoti a perdere, dei profeti delle panchine».

Cresciuta con Fabrizio De André, Henry Miller, Alberto Moravia e Christiane Felscherinow, solo per citare alcuni dei suoi padri luminari, l’autrice rappresenta l’antitesi della società pop delle lettere, la risposta alla scrittura più fatua, che passa e se ne va, senza lasciare segni. A scovare il suo talento nel 2008 è stato lo scrittore e scout letterario Giulio Mozzi che all’indomani dell’esordio di Veronica, lanciò un appello agli Amici della domenica affinché candidassero la scrittrice allo Strega.  Oggi Veronica Tomassini sta per pubblicare il suo nuovo romanzo.

Veronica, hai raccontato di quando hai contattato Giulio Mozzi stizzita dai rifiuti editoriali e lui ha voluto incontrarti. Da là è cambiato tutto. Prima di allora, che facevi? 

Scrivevo. Ho cominciato a collaborare per il maggiore quotidiano della Sicilia poco più che ventenne (era il 1996, esperienza conclusa  ad ogni modo; oggi collaboro felicemente con Il Fatto Quotidiano), non ho mai smesso. Poi il solito iter, comune a molta gente che scrive, i diari personali aggiornati da sempre, i temoni pazzeschi del liceo, piccoli eppure essenziali indizi del fatto che la scrittura sarebbe diventata un destino.

Essere bravi scrittori: lo stile, la voce, la parola giusta, la flessuosità dei periodi, quindi la musica. Svevo diceva che per riuscirci bisogna scrivere ogni giorno.  È così anche per te? 

Certo, il ritmo innanzitutto. Ovvero la musica in un pezzo come in un racconto, in un romanzo, è l’andito necessario allo stile di un autore. E dunque segue il resto, la voce, e così via. La scrittura, per me, non è soltanto ispirazione, o perlomeno non nella dimensione irrazionale di cui mi fido a tratti. L’ispirazione va governata, lavora segretamente, e la scrittura quando diventa mestiere (mai perdere l’innocenza però) è disciplina, noia, sono i pollici che sanguinano per un chitarrista, non so come spiegare. Sì, bisogna scrivere, se è possibile tutti i giorni, un blog può essere un ottimo pretesto, per me lo è; nel blog racconto piccole vite e nello stesso tempo mi accorgo che i post diventano esercizi di stile, luoghi dove sperimentare.

Scrivere libri non è lo stesso che postare on line. La prima attività richiede pazienza, un po’ d’assenza. La seconda ti permette di alimentare il contatto con i lettori, tenerli in caldo. Tu in quale versione ti preferisci?

Alternare le due cose, l’una segue all’altra. Ma la scrittura pretende solitudine, non c’è niente da fare. I social network  sono un modo per raccogliersi in una piazza, anche lì si è più soli che mai. Comunque dipende, adesso per dire non saprei immaginarmi senza, non potrei nemmeno lavorare, forse, non lo so. Siamo in mezzo a un cambiamento epocale, questo è un fatto.

Vivi su un’isola, terra palpitante di umori e colori, lambita dal mare. Pensi che i luoghi che abitiamo influenzino in qualche modo l’approccio alla scrittura?

Forse contano, anzi probabilmente. Eppure, nel mio caso, a contare sono state le assenze, è stato  il non luogo, la mia estraneità a una terra che sento violenta e ostile. Le mie storie potrebbero essere raccontate ovunque, persino quando racconto le periferie e le periferie si somigliano tutte.

I tuoi personaggi hanno fame nel corpo e nell’anima. Cosa li salverà da tanta marginalità?

L’amore o la pietà, il che è uguale. Vale per tutti però.

Ho letto che a breve uscirà il tuo nuovo romanzo e che cambi inquadratura. Altri soggetti. Puoi anticiparci qualcosa?

Non molto, posso soltanto aggiungere che la mia cifra sarà sempre la stessa, la marginalità.

 

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